Colpa e responsabilità

La parola colpa favorisce la colpevolizzazione, anche per questo è opportuno ragionare in termini di responsabilità, invece che di colpa. Sostituendo, anche, il concetto di senso di colpa con il termine senso di responsabilità, che va, chiaramente, interpretato giustamente. La responsabilità è comunque un principio superiore alla colpa. Il concetto di colpa è soltanto un modo distorto di interpretare certi aspetti del principio di responsabilità.

Chi parla di responsabilità sa veramente cos’è?,
Responsabilità, di chi, verso cosa?
Come mai, visto che tanti parlano di responsabilità e di essere responsabili,
il mondo è pieno di malattie, sofferenza degenerativa,
inconsapevolezza, guerre, abusi, ingiustizie ?


La responsabilità andrebbe vista come capacità di rispondere giustamente alle esigenze della vita. L’irresponsabilità è invece la capacità di dare risposte errate, che è chiaramente un’incapacità. Incapacità di dare risposte giuste.
Ogni pensiero, emozione, azione è una risposta alla vita, da parte della vita stessa. In quanto sistema non isolato, siamo sempre chiamati a rispondere dei nostri atti, interiori ed esteriori. Imparare dalla vita è la responsabilità fondamentale, più impariamo, migliori diveniamo per noi stessi ed altri. La vita esiste perché c’è bisogno di imparare. Tra l’altro, una volta imparato il dovuto, non c’è più nemmeno la necessità di incarnarsi attraverso un corpo fisico, perché realizzato l’Io Monadico, cioè le Vera Identità in quanto Entità Cosmica.

Cosa dovremmo rispondere alla vita?
Cosa dovremmo imparare dalla vita?
Come dovremmo comportarci?


Dovremmo intendere la vita come scuola dove imparare a Comprendere, Amare, Volere, che significa maturare la capacità della struttura psicofisica di esprimere qualitativamente le Tre Qualità Primarie dell’Io Spirituale: Intelligenza, Amore, Volontà.
Essere maggiormente responsabili significa, essenzialmente, corrispondere sempre meglio all’Io Spirituale: Volontà-Amore-Intelligenza. La struttura psicofisica, che è ciò che in genere si identifica con la vita, dovrebbe cioè essere organizzata in funzione dell’Umanizzazione. Semplicemente perché l’Umanizzazione è la risposta che la vita cerca. L’Umanizzazione è anche ricerca della Felicità integrale, dell’Amore, della Pace, della Realizzazione. 

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Appartenenza familiare?

Provando senso di colpa per non aver rispettato la cosiddetta appartenenza alla famiglia, perché violato il codice comportamentale familiare, è bene riflettere sulla giustezza dei modelli comportamentali familiari.
La mia famiglia è un esempio di Umanizzazione, o funge anche da stampo per la perpetrazione del culto dell’inconsapevolezza? Le regole comportamentali familiari si basano sull’Umanizzazione, o sulla realizzazione della continuità dell’animalumano? La mia famiglia è un ambito di sincronizzazione Cosmica, oppure subisce un meccanico fossilizzarsi con concetti limitanti sulla vita? È caratterizzata dalla pratica della Felicità integrale o è ingabbiata dal culto della sofferenza degenerativa? Ricordiamoci che le gabbie hanno bisogno di ingabbiati per poter adempiere alla loro funzione.
Violare leggi ingiuste significa essere dalla parte del giusto. Obbedire a un regime dittatoriale può essere necessario per sopravvivere, ma per vivere veramente bisogna liberarsi dalla dittatura, interiore ed esteriore.
La famiglia può non essere considerata una dittatura, ma sicuramente è una dettatura di regole comportamentali. In verità, rispetto a ciò che sono le vere esigenze e potenzialità dell’essere umano, quasi ogni famiglia è una dittatura imponente regole comportamentali limitanti. Quante famiglie orientano a realizzare l’Infinitudine? Quante famiglie favoriscono ragionamenti consapevoli consapevole sulla Vita Eterna? Quante, invece, sono succubi del culto della morte?
La dittatura è anche restrizione delle libertà. Quanto favoriscono la Libertà, quindi l’Umanizzazione, i codici comportamentali familiari? L’Infinito è Ciò che cerchiamo veramente, la famiglia dovrebbe favorire questo Impulso insito in ogni essere umano, non ripararsi nella caverne delle proprie convinzioni limitanti.

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Comprendere, molto meglio che recriminare

Recriminare è un ottimo modo per avere in futuro la possibilità di recriminare per aver recriminato, invece di cercare, aver cercato, soluzioni. Recriminare non è una buona soluzione, nemmeno quando inteso come ritorcere l’accusa contro l’accusatore, anche perché si tratterebbe di autoaccusa. Bisogna uscire dal circolo vizioso dell’accusare, accusarsi: abbiamo bisogno di soluzioni, non di accuse, recriminazioni.

Recriminare può essere visto come modo per diversificare il proprio lamentio interiore ed esteriore. Lamentarsi è oscurarsi, consapevolizzarsi è illuminarsi.

Recriminazione può significare colpevolizzazione. Consapevolizzarsi è la soluzione Umanizzante, colpevolizzarsi la direzione degenerativa. Colpevolizzare è una capacità acquisita da molti, facilmente esprimibile. La consapevolizzazione, invece, esige sforzo qualitativo per la creazione di nuove, migliori, attitudini comportamentali. L’Umanizzazione può essere vista anche come sostituzione di capacità degeneranti con capacità generanti l’Uomo, la Vera Identità.

Recriminare può risuonare come: ho commesso un crimine, devo incolparmi. In verità, recriminare significa commettere veramente un delitto evolutivo, causante danni a se stessi e ad altri.

Recriminare è un crimine di guerra, un crimine della guerra interiore non evolutiva, perlomeno finché il recriminare non crea le condizioni per un processo evolutivo, ma è assurdo ridurre le possibilità evolutive attuando il peggio e non il meglio possibile.

Recriminare è lamentarsi per ingiustizie subite, ma siamo proprio sicuri che si tratti di ingiustizie? Oppure siamo noi che non intendiamo giustamente la vita e i suoi messaggi? È giusto rovinarsi la giornata, la vita, la salute, recriminando?

Recriminare è sicuramente un delitto. Recriminare significa anche sequestrarsi, privarsi della Libertà individuale, che esige l’individualità Infinita, libera da ogni forma di lamentio, recriminazione. In verità, però, non si è nemmeno autosequestratori, perché recriminare significa essere a nostra volta sequestrati dall’inconsapevolezza, che comunque abita in noi. Ciò non dovrebbe comunque essere una scusa, giustificazione, perché l’inconsapevolezza si paga comunque. Bisogna tendere alla giustezza, non cadere in tentazione, giustificazione. È necessario assumersi la responsabilità di maturare la consapevolezza, non cullarsi nell’irresponsabilità dell’inconsapevolezza; l’ebbrezza può soltanto sembrare meglio della sobrietà, non esserla veramente.

Recriminare è recriminarsi: siamo sempre noi stessi a recriminare in noi stessi, elucubrando su noi stessi. Recriminare è recriminarsi, perpetuarsi come crimine patrimoniale contro il Patrimonio che siamo: recriminando ci derubiamo.

In definitiva, le recriminazioni sono crimini contro l’Umanità, semplicemente perché ostacolano l’Umanizzazione. Recriminare è umano, ma l’umano è anche Divino. L’animalumano non andrebbe considerato come punto di arrivo, ma andrebbe visto come punto di partenza verso il DivinUmano, affrancato dall’irrazionalità del recriminare.

Recriminare potenzia l’identificazione con l’identità immaginata. Liberarsi dalla schiavitù del recriminare può essere un passo verso lo scoprirsi Identità Cosmica, destinataria di Eternità e Infinitudine. Riconosciuta l’Identità Cosmica, si può anche sorridere per l’ottusità identitaria manifestata quando si identificava se stessi con l’animalumano (struttura psicofisica), lamentandosi del passato sprecato e del futuro così compromesso. Ben diversa è la Prospettiva dell’avere dinanzi a Sé l’Eternità Stessa. Più riduciamo la visione di noi stessi, identificandoci con il limitato, più ragioni ingannevoli, cioè irRagionevoli, possiamo trovare per maturarci come lamento stesso. Riconoscere l’Identità Cosmica e l’Eternità e Infinitudine come proprio destino, è un modo molto efficace per liberarsi definitivamente dal recriminare, anche perché immaginare di essere soltanto un’entità animalumana è un vero e proprio delitto Cosmico. Riconoscere il Richiamo Cosmico Silenzia il lamentio esistenziale, volgarità mentalacustica destino dei cultori dell’ignoranza esistenziale.

Il recriminare andrebbe usato come segnale per accusarsi benevolmente, consapevolmente, di non essere (stati) sufficientemente consapevoli. In passato, perché abbiamo subito qualcosa che riteniamo ingiustizia. Ora, perché, magari, riteniamo ingiustizia ciò che, invece, è stato insegnamento di vita. Ora, perché non sufficientemente desti da produrre Pace, invece che lamentio, conflitto. Comprendere è certamente meglio che recriminare, ma se il recriminare è in atto, usiamolo per accusarci benevolmente, per scagionarci consapevolmente, liberandoci dall’ignoranza esistenziale, alimento fondamentale del recriminare.

 

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   Conoscenza spirituale e ignoranza esistenziale

L’ignoranza esistenziale è l’incapacità di gestire Divinamente la struttura animalumana, psicofisica. L’ignoranza esistenziale è causata essenzialmente da insufficiente collaborazione dell’io animalumano con l’Io Spirituale, causata a sua volta principalmente dalla stessa ignoranza esistenziale. Il grado di ignoranza esistenziale dipende, cioè, fondamentalmente dall’incapacità della struttura psicofisica (animalumana) di esprimere Qualitativamente le Potenzialità dell’Io Spirituale, intese primariamente come: Volontà – Amore – Intelligenza.

L’ignoranza esistenziale ha fondamentalmente ha tre aspetti: l’ignoranza esperienziale, concettuale e spirituale.

Ignoranza esistenziale esperienziale

L’ignoranza esperienziale è la sofferenza degenerativa, che essenzialmente significa lontananza dalla Qualità Amore (Felicità-Beatitudine). La sofferenza Umanizzante fa anch’essa parte dell’ignoranza esperienziale, perché la Vera Identità è senza afflizione, ma l’afflizione Umanizzante può essere considerata conoscenza esistenziale, perché rappresenta anche la consapevolizzazione dell’esistenza e la liberazione dalla mera sofferenza degenerativa. Tra l’altro, ogni minor ignoranza può essere considerata maggior conoscenza.

Ignoranza esistenziale concettuale

L’ignoranza esistenziale concettuale è rappresentata dal prevalere di concetti non Umanizzanti su idee Umanizzanti. L’ignoranza esistenziale concettuale si basa essenzialmente sulla mancanza del concetto basilare che Umanizzarsi è lo Scopo Primario della vita, oppure sul disporre di questo concetto, senza però dargli la necessaria, enorme, importanza. È indubbio che basandosi sull’idea che l’Umanizzazione è lo Scopo della vita, gran parte delle credenze fuorvianti non verrebbero prese nemmeno in considerazione, se non per essere scartate dopo essere state vagliate. Discernere le idee Umanizzanti dalle idee non Umanizzanti è fondamentale. Aumentando le capacità di Discernimento la classificazione diventa sempre più qualitativa e spontanea, perché maturiamo il gusto per il Bene.

Inizialmente, si può però fare una lista di proprie credenze su se stessi e sulla vita in generale, e classificarle in base alla risposta alla domanda: Dove mi sta portando questa credenza? Per rispondersi è molto indicativo considerare bene dove la stessa credenza ci ha portato.

Inizialmente, alcune idee fuorvianti potrebbero sembrare molto evolutive, ma maturando la consapevolezza le si potrà vedere per ciò che sono, abbagli percepiti, magari, come luce illuminante. Appurare la propria ignoranza esistenziale dovrebbe essere visto come bisogno di consapevolizzarsi, non come ragione per colpevolizzarsi. In quanto individui non possiamo certo essere colpevoli della degenerazione dell’ambiente formativo e dell’umanità in generale. Sentirsi colpevoli della degenerazione collettiva indicherebbe una particolare forma di delirio di onnipotenza. Possiamo però decidere fermamente di divenire cellula sempre più sana di un corpo malato, luce sempre più illuminante in un mondo di abbagli.

Un aspetto più sottile dell’ignoranza esistenziale concettuale, è rappresentato dal disporre di concetti Umanizzanti, ma non nobilitati sufficientemente dalla Qualità Io Spirituale: Volontà-Amore-Intelligenza. All’inizio del percorso spirituale, la collaborazione tra struttura psicofisica (animalumana) e Io Spirituale è debole. Pertanto è naturale che i concetti Umanizzanti vengano utilizzati senza essere veramente vivi per il ricercatore, anche perché sono in gran parte acquisiti da altri, ma sono comunque molto utili per sostituire i concetti non Umanizzanti. Con il tempo però, il ricercatore deve rendere vivi i concetti, unendo il concettualizzare con il Pensare. Concettualizzare è una funzione mentale, Pensare è una funzione dell’Io Spirituale, più precisamente dell’Intelligenza, Pensatore.

Vivificare i concetti significa Illuminarli con la Vita Io Spirituale, grazie alla vivificazione del rapporto della struttura psicofisica con l’Io Spirituale. Più precisamente, non si tratta di vivificare i concetti, ma di generare vivi concetti vivificanti. I concetti veramente vivi non sono, infatti, quelli che abbiamo acquisito da altri e che poi abbiamo illuminato grazie alla collaborazione della mente con l’Io Spirituale. I concetti veramente vivi, sono per noi quelli che abbiamo prodotto noi stessi, grazie all’aver decodificato, in forma di concetti illuminanti, i Pensieri del Pensatore, cioè di noi stessi in quanto individualizzazzione del Pensatore, Intelligenza, nell’ambito dell’Io Spirituale. Questo è possibile soprattutto grazie al Pieno Integrale (Vuoto mentale) e al Pieno parziale (Vuoto mentale parziale). Durante il Pieno Integrale possiamo essere consapevoli del nostro Pensare come Io Spirituale in individualizzazione. Pensare, che è chiaramente senza concetti, perché durante il Pieno Integrale la mente è spenta, nel senso che non produce alcun concetto. Grazie al Pieno parziale, possiamo, invece, generare concetti illuminanti, basati sull’Intuizione, cioè su ciò che abbiamo Pensato durante il Pieno Integrale. Scoprire direttamente la differenza tra Pensiero e concetto, tra Pensare e concettualizzare, chiarisce profondamente ciò che è stato appena espresso.

Intesa giustamente, la massima: Penso dunque sono, riguarda il Pensatore (Intelligenza), non la mente. Applicarla all’ambito mentale è fuorviante. L’Io Spirituale è anche Amore, pertanto Penso dunque sono, significa anche: Penso, dunque Sono Amore. Il Pensatore avviene nell’ambito dell’Amore, aspetto esperienziale dell’Io Spirituale: l’Amore è l’esperienzialità della Luce Spirituale. Pensare come Pensatore-Ideatore Cosmico, cioè come specifica individualizzazione del Pensatore Cosmico, significa organizzare la Luce Spirituale, maturando così anche l’Io Spirituale.

Inizialmente, durante il Pieno Integrale, può sembrare che non succeda nulla, che ci sia unicamente Immutabile Pace-Beatitudine. La sembianza di Immutabilità deriva anche dal fatto che si è abituati alla mutabilità della struttura psicofisica, pertanto la Pace del Pieno integrale può sembrare veramente immutabile. La sembianza di Immutabilità della Pace è però essenzialmente una conseguenza del fatto che non siamo sufficientemente abili a decodificare i processi dell’Io Spirituale. La Pace (Beatitudine-Amore) è l’aspetto esperienziale dell’Io Spirituale, nell’ambito del quale avvengono incessantemente innumerevoli processi, tra cui il Pensare dell’Intelligenza.

Maturando la Consapevolezza di Sé nell’ambito Io Spirituale, possiamo scoprire l’enorme attività potentemente Dinamica che avviene nella Pace (Amore-Betitudine) Io Spirituale, tra cui la propria individualizzazione nell’ambito dello stesso Io Spirituale. L’estasi spirituale è certamente positiva, indicativa, trasformativa, ma rappresenta , diciamo così, il perdersi nell’Io Spirituale e Oltre. Il percorso Umanizzante può generare anche esperienze estatiche, ma è volto soprattutto a maturare la capacità di essere consapevoli di Sé nel Sé, cioè della propria individualizzazione nell’ambito dell’Io Spirituale e Oltre, in modo da poter mantenere la continuità di Consapevolezza di Sé, ad Altezze sempre più Profonde, anche Là dove prima subentrava l’estasi, perché incapaci di essere Consapevoli di Sé a quelle Profonde Altezze.

Ignoranza spirituale

Tutta l’ignoranza esistenziale è praticamente ignoranza spirituale, nel senso che si tratta di ignorare il Superiore, più precisamente del non basare la vita sul Superiore, anche perché non si nobilita la struttura corpo fisico-emozioni-mente, ponendola in funzione dell’Io Spirituale e Oltre.

L’individualizzazione attraverso la freccia temporale, quindi attraverso corpo-emozioni-mente, è, non soltanto, un riflesso della vera e propria individualizzazione, che avviene bell’ambito del Superiore, cioè dell’Io Spirituale e Oltre. L’ignoranza esistenziale può essere definita: anche come ignorare Se Stessi in quanto indvidualizzazione Cosmica, pertanto anche le conseguenti vere esigenze, ma anche come sapere dell’individualizzazione Cosmica, senza però agire in funzione di Essa.

L’ignoranza spirituale ha vari gradi, ciò che è conoscenza spirituale per il grado inferiore, è ignoranza spirituale per il grado di conoscenza spirituale superiore. Per esempio riconoscersi come Io Spirituale, rappresenta certamente un livello di consapevolezza maggiore rispetto al conoscersi soltanto come corpo fisico, oppure come corpo fisico ed emozioni, oppure come corpo-emozioni-mente. L’Io Spirituale non è però l’Io Reale (Identità Reale), ma un aspetto dell’esprimersi dell’Io Reale, che è l’Origine Primaria. Ritenere che l’Io Spirituale sia l’Io Reale, rappresenta un aspetto dell’ignoranza spirituale. Certo, la sola nozione che in Realtà Si È l’Origine Primaria, non libera dall’ignoranza spirituale in generale, bensì solo concettualmente, ma è certamente positivo. La libertà dall’ignoranza spirituale è la Piena Consapevolezza di essere, in Realtà, l’Origine Primaria. Concettualmente ci si può costruire la prospettiva definita Origine Primaria, il che può essere molto positivo come processo per scoprirsi su piani sempre più elevati, ma divenire la Prospettiva Origine Primaria è ben altra cosa.

Considerando che l’Io Originale (Io Reale, Identità Reale) è l’Esistenza Originale, Primaria, senza nemmeno manifestazione, ogni Prospettiva inferiore all’Io Originale (Esistenza Originale, Origine Primaria) può definirsi ignoranza esistenziale. Anche perché l’Esistenza Originaria, Io Originale, è l’unica Conoscenza Reale, l’unica Conoscenza autoesistente, esistente da ogni altra forma di conoscenza.

 

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Amare e voler bene

L’Amare è uno standard migliore del voler bene, per vari motivi.
Il voler bene è parziale, riguarda una persona o un gruppo di persone, mentre l’Amare è imparziale, globale. È Amare a prescindere.
Il perdono andrebbe perciò osservato anche in generale, non solo come perdonare qualcuno, continuando però a generare rancore verso qualcun altro, oppure verso un intero gruppo di persone. Per esempio, il razzismo è in sostanza rancore di tipo razziale. L’odio è inscindibile dal risentimento, anche verso se stessi.
Il voler bene è meno stabile dell’Amare, anche perché è uno stato meno profondo e relativo all’esperienza di separazione. L’Amare, invece, è caratterizzato anche dall’esperienza Unitaria, cioè dall’assenza dell’esperienza di separazione tra conoscitore e conosciuto. La descrizione dell’Amare corrisponde alla descrizione del Pieno parziale, soprattutto a quella del Pieno parziale con attività concettuale, emotiva e percettiva. Amando, matura la consapevolezza non solo dell’unità tra conoscitore e conosciuto, ma anche che tutto è Uno e che, in Verità, ma questo Tutto siamo Noi Stessi. L’Amare è l’espressione Qualitativa, da parte della struttura psicofisica, dell’Amore dell’Io Spirituale, ma anche dell’Amore Cosmico, cioè della Coscienza Cosmica, condizione base per ogni altra forma di coscienza, consapevolezza.
Il voler bene è anche rapportarsi, nel senso di interagire che dipende dalle reazioni altrui, mentre l’Amare è Emanazione Globale a prescindere, che può comunque essere specificatamente orientata su un elemento.
Nemmeno l’Amare è comunque uno stato Definitivo. Non ci sono garanzie che non ci saranno momenti di caduta verso il basso, verso il voler bene, oppure anche voler male. Consideriamo che la trasformazione evolutiva può far emergere potenti conflitti ed emozioni molto distruttive. Umanizzandosi i periodi di Amare diventano comunque sempre più frequenti e duraturi. La presenza praticamente costante dell’Amare è un risultato Immenso, si tratta della Realizzazione della Vera Identità, ma anche in questo caso non è possibile escludere a priori delle cadute. 

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Rancore e Potere Illuminante

Essere vittime del proprio rancore significa essere impotenti di fronte al proprio male. La soluzione è maturare il Potere Illuminante, anche in forma di potere di perdonare. La maturazione del Potere Illuminante fa divenire sempre più immuni dai mali, da manipolatori interiori ed esteriori.
L’idea che tutto è possibile, oltre che come ogni soluzione positiva è possibile, andrebbe inteso anche come ogni problema è possibile. L’esistenza  veramente positiva esige consapevolezza. La sofferenza e i problemi dell’umanità sono la dimostrazione della nocività dell’inconsapevolezza. L’umanità ha bisogno di Potere Illuminante , altrimenti sarà dominata dal potere negativo.
Rifuggire a propri il potere, identificandolo come qualcosa di non spirituale, significa soggiacere al potere delle forze degeneranti. Maturare il Potere Illuminante significa anche liberarsi da ingiustizie, da carnefici, da chi usa altri per il proprio tornaconto. Il potere manipolativo dell’inconsapevolezza non è certamente spirituale, mentre il Potere Illuminante è una Virtù profondamente spirituale.
Dovremmo tendere al Potere Illuminante, non rifuggire a priori il potere come suggerito da interpretazioni inadatte dei concetti di umiltà, di annichilimento della personalità, di annullamento di fronte a Dio. I concetti sono interpretazioni da interpretare sempre meglio, assorbendoli meccanicamente diventano alimenti alienanti.
Come spiegato precedentemente, il concetto di umiltà andrebbe inteso come capacità di fruire dal Superiore, per divenire migliori per noi stessi ed altri.
L’annichilimento della personalità andrebbe inteso anche trasformazione Umanizzante della struttura psicofisica, non certo come sua eliminazione, che significherebbe anche suicidio oppure omicidio.
L’idea di annullamento di fronte a Dio andrebbe intesa essenzialmente come scomparsa dell’immaginazione dell’identità immaginata (identità falsata), in modo che la struttura psicofisica possa esprimere riflettere qualitativamente i Potenziali dell’Io Spirituale: Volontà – Amore – Intelligenza.
Rifuggire il Potere Illuminante significa negarsi le capacità positive, vuole dire dare forza al potere negativo, capacità di cui la maggioranza dispone in grande misura. Basti pensare al potere di soffrire in modo degenerante che è una capacità negativa, senza la quale non ci sarebbe afflizione degenerante. Il male ha la meglio quando il bene non ha il potere di essere più forte del male. Il male fa bene soltanto al male, nel senso che potenzia la sua natura malefica, il che non è certamente un fenomeno positivo, Umanizzante.
La spiritualità dovrebbe essere una roccaforte del Bene e la presenza massiccia di malattie, guerre, terrorismo, atrocità, torture, dopo millenni di spiritualità, anche se in grande misura viziata dalle spesso coincidenti superficialità e meccanicità religiosa, indica le lacune degli insegnamenti spirituali interpretatati solo grossolanamente.
Il proposito di aiutare se stessi ed altri a maturare Potere Illuminante, è carburante evolutivo di grande qualità.
La maturazione del Potere Illuminante implica apertura al Superiore, Umanizzazione: maturazione di Bontà, Discernimento, Altruismo, Volontà, capacità di Amare. http://www.andreapangos.it
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Trovare il tempo per l’Essenziale

Non avere tempo per l’Umanizzazione significa non avere tempo le proprie Vere esigenze. Significa non corrispondere giustamente a se stessi evoluzione. Significa esprimere indirettamente, magari anche involontariamente, l’idea di non voler evolversi, di voler rimanere al proprio attuale stato “brado” animalumano, limitante, tutt’altro che libero.
Non avere tempo da dedicare all’Umanizzazione rappresenta un pessimo utilizzo della possibilità di scelta, che diventa così non scelta, perché decidere in favore della meccanicità esistenziale non è una scelta, è semplicemente dirsi: che le cose continuino per la loro meccanica strada, fatalismo! Per essere più precisi, in generale nemmeno si sceglie di non Umanizzarsi, perché ordinariamente l’uomo  nemmeno sa dell’Umanizzazione, ovvero della capacità di Elevarsi da animalumano a DivinUmano.
Umanizzarsi o non Umanizzarsi è una questione fondamentale, ed è fondamentale propendere per: sì voglio Umanizzarmi nel miglior modo possibile. Affermare di non avere tempo per l’Umanizzazione è un’assurdità cosmica. Il tempo serve proprio per questo, per Umanizzarsi. Il tempo è una funzione evolutiva prodotta dal Superiore, e andrebbe usato in funzione dell’evoluzione, cioè del divenire superiori a ciò che siamo in quanto individualizzazione.
In generale, non riferito soltanto al contesto Umanizzazione, affermare di non avere tempo significa dire di non avere se stessi, più precisamente di non disporre di un proprio elemento, siamo noi stessi a generare il nostro proprio tempo, senza di noi non ci sarebbe nemmeno il nostro tempo. Siamo anche tempo, pertanto non possiamo non avere tempo, possiamo soltanto utilizzare con diverse qualità questa risorsa.
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