Spiritualità e aspettative

Umanizzandoci tendiamo a migliorarci, pertanto ci aspettiamo automaticamente un miglioramento. In questo senso il percorso spirituale è necessariamente caratterizzato dalle aspettative. Ritenendole non spirituali, alcuni cercano di non avere aspettative, producendo così l’aspettativa di non avere aspettative, legando questo spesso al non generare propositi, progetti. Non si tratta certamente di un’aspettativa positiva, perché significa non avere giusta meta e senza uno scopo giusto subiamo il disordine concettuale, emotivo e vitale interiore ed esteriore, perché non orientiamo giustamente idee, emozioni, energie ed azioni. Le smisurate potenzialità della struttura esistenziale umana fanno sì che anche un grande ordine, non basato però sull’azione Umanizzante qualitativa, significa disordine, perché impedisce un ordine di livello più elevato.

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Relativismo estremo

Ritenere che ogni comportamento è lecito, che l’uomo può fare tutto ciò che sente perché si tratta dell’espressione del libero arbitrio, significa non aver compreso cos’è veramente il libero arbitrio, la cui funzione primaria è Discernere il bene dal male.

Dire che tutto è lecito, vuole dire proporre relativismo estremo: significa esprimere che la stessa affermazione. Il nocciolo del relativismo estremo ha insita la propria negazione, affermare che tutto è ok, implica anche che sono ok anche le idee che confutano il relativismo estremo; il relativismo estremo è anche una specie di assolutismo con insita la negazione di se stesso, quindi assolutismo relativista.

Affermare che tutto va bene, che tutto è lecito, significa dimostrare di non discernere, che non è certamente segno di intelligenza, ma che non dovrebbe comunque essere un problema per il relativismo estremo, per il quale anche comportarsi in modo scellerato dovrebbe essere una modalità positiva, anzi neutrale, più precisamente indifferente, considerando che per il relativismo estremo è tutto ok. La verifica pratica della teoria che tutto va bene darebbe risultati che la Ragione definirebbe sicuramente come negativi, ma comunque ok per il relativismo estremo. Siccome per il relativismo estremo, cioè senza discernimento dal bene dal male, la risposta è in ogni caso: sì, si può fare. Dire sempre sì, anche per alcuni giorni soltanto, provocherebbe sicuramente problemi, ma anche questo dovrebbe essere ok per l’ideologia secondo la quale tutto è ok.

L’esistenza del sì implica necessariamente quella del no. Affermare che tutto è sì-ok significa in un certo senso negare l’esistenza del no, nel senso che se tutto è ok non esiste nulla di non ok; ma essendo il no necessario per l’esistenza del sì, senza il no-non ok, non ci può essere nemmeno il sì-ok: non esiste medaglia con una faccia soltanto.

Il Principio che il bene è ciò che favorisce l’Umanizzazione, mentre il male è ciò che la ostacola, è una definizione nettamente in bianco e nero, ma permette di definire la qualità delle innumerevoli gradazioni qualitative dello spettro dell’azione umana, in base alla misura in cui favoriscono l’Umanizzazione. Non distinguere il bene dal male rende la vita grigia e, spesso, proprio nera. Il contrasto basilare netto di bene-male, permette di meglio contrastare il male, soprattutto focalizzandosi sul Bene. Adoperarsi per il Bene significa contrastare direttamente il male, anche perché ciò che cerchiamo è il Bene, non il male. Combattere il male focalizzandosi sullo stesso è, invece, un approccio indiretto, anche perché focalizzarsi sul male lo nutre, togliendo risorse benefiche.

 

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Dedicare la vita al Bene

Dedicare la vita al Bene

La vita andrebbe dedicata interamente alla Realizzazione del Bene. Provare resistenza, anche solo pensandoci, a dedicarsi interamente al Bene, significa esprimere indirettamente l’intenzione di lasciare spazio al male, a ciò che ostacola l’Umanizzazione, cioè alla Realizzazione. La vita di troppi è una caterva di autogol (non) evolutivi.

La vita siamo noi stessi, le resistenze che si sentono esprimendo l’idea di dedicarsi interamente al bene sono sacche di male, tenebre che si oppongono all’apertura al Bene, perché dove c’è Luce non c’è oscurità, pertanto i segmenti identitari malefici si oppongono reattivamente al Bene, che fa sempre male al male, per mantenere la propria poltrona manipolante.

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Siamo già tutti Illuminati, come asseriscono alcuni?

Siamo già tutti Illuminati, come asseriscono alcuni?

Dipende da cosa si intende con il concetto di Illuminazione. Se come Illuminazione si intende il Nirvana (Vera Identità), è evidente che non tutti sono Illuminati. Affermare che tutti sono Illuminati, cioè generatori di Nirvana, significa affermare che nessuno soffre, ma la vita ci insegna che non è così. Se tutti fossero già illuminati, non ci sarebbero guerre, malattie, povertà, terrorismo, brutalità, sofferenza degenerante.

Non tutti sono illuminati, comunque, nemmeno se usiamo il concetti di Illuminazione per indicare stati inferiori al Nirvana, anche se molto superiori allo stato di ordinaria (in)consapevolezza.

Basandosi sulla verità che l’Io (Sé Superiore: Atma-Buddhi-Manas) è Pura Consapevolezza-Beatitudine-Verità, alcuni sostengono che non c’è chi si Illumina. La verità però è che anche l’Io è in continua maturazione, come parte superiore del Corpo Sistema Solare, che è un Organismo in evoluzione, come spiegato nel capitolo successivo.

La Luce è un aspetto dell’Io e in questo senso, in quanto Io, siamo tutti Illuminati e anche Illuminanti. Non bisogna fare nulla perché l’Io sia Luce, ma affinché ci sia Illuminazione definitiva:

  • è necessario realizzare la propria individualizzazione nell’ambito dell’Io;
  • trasformare l’attività pensante, senziente e fisica in modo che rifletta Qualitativamente le Qualità dell’Io, in modo da rendere possibile il costante Nirvana.

L’idea che siamo già tutti illuminati può derivare dal fatto che, possiamo così dire, il Nirvana vede ovunque se stesso. Il mondo appare Illuminato nella percezione Illuminata da Volontà, Beatitudine, Discernimento, ma questo non significa che tutti sono Illuminati.

Si tratta dell’Illuminazione della percezione del singolo in questione, nella quale le percezioni definite altri e mondo appaiono Lucenti e Beate, perché la percezione riflette Qualitativamente i potenziali dell’Io.

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Sacrificarsi: rendersi Sacri

Sacrificarsi: rendersi Sacri

(brano tratto dal libro-in fase di pubblicazione: Perdono e Umanizzazione, Andrea Pangos)

Iniziare il percorso verso il perdono significa iniziare un sacrificio, il percorso verso il perdono è un rito Umanizzante.

Sacrificarsi significa rendersi sacri (dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”). Si tratta di una definizione diversa di ciò che si pensa solitamente sul sacrificio. Le idee inappropriate sul sacrificio concorrono in modo importante alla formazione di codici comportamentali fuorvianti. I concetti sono interpretazioni da interpretare giustamente, altrimenti  rendono significato falsato anche noi stessi.

È veramente sacrificio quello che mi hanno insegnato essere il sacrificio?

         In quanto percorso verso il Bene, il sacrificio è anche via verso la Verità, attraverso le verità su noi stessi e sull’Intero. È pertanto particolarmente assurdo “sacrificarsi falsamente”, più precisamente intendere falsamente l’idea di sacrificio. Non possiamo sacrificarci falsamente. Il sacrificio è questione di verità e Verità, non esiste Sacralità falsata, ma può essere definito Sacro ciò che non lo è.

In quanto impedimento per la Vera Identità, il risentimento ci rende inferiori a ciò che potremmo, dovremmo, Essere. Liberarsi dall’inferiore è un elemento fondamentale del sacrificarsi: sacrificarsi è Elevarsi. Liberarsi dall’inferiore significa anche fruirne qualitativamente, come base evolutiva, anche perché per renderci Superiori dobbiamo per forza iniziare da ciò che siamo, che è sempre inferiore a Ciò che Saremo Umanizzandoci. Pensieri, emozioni e desideri, sono potenziali evolutivi, sacrificarsi significa anche illuminarli, renderli illuminanti.

Sacrificio è anche sostenere la crescita del Superiore. I regni inferiori donano se stessi ai regni superiori, o meglio: sono anche un’offerta ai regni superiori. Così come il regno vegetale si basa su quello minerale, il regno animale su quello minerale e vegetale, il regno umano sui regni minerale, vegetale, animale, così l’evoluzione dei Regni Superiori si basa anche sul regno umano. I Regni Superiori non sono però elementi estranei all’uomo, bensì suoi Elementi Superiori. Sacrificandosi, fruendo dell’inferiore in funzione del Superiore, l’uomo costruisce se stesso nell’ambito dei Regni Superiori. La possibilità dell’uomo di offrirsi a Se Stesso è uno dei punti cardinali del potenziale libero arbitrio. La spiegazione appena data sui regni può essere utile come spunto di riflessione, per generare analogie, ma non va intesa alla lettera, perché:

– i regni minerale, vegetale, animale, non si sacrificano veramente, perché il sacrificio esige il libero arbitrio;

-l’uomo non deriva direttamente dai mondi minerale, vegetale e animale, così come sono conosciuti attualmente. I passaggi verso l’uomo sono avvenuti attraverso i regni minerale, vegetale e animale, ma in forme diverse, su ottave evolutive (o modalità evolutive), diverse da quelle di cui fanno parte gli attuali regni minerale, vegetale, animale.

Il sacrificio è anche devozione consapevole. Sacrificarsi significa donarsi al Superiore, anche attraverso il donarsi al prossimo, che non andrebbe frainteso con, scriviamo così, il buttarsi via, perché si è frainteso, oppure nemmeno si conosce, l’effettivo significato del concetto di sacrificio. Basare la vita su un’idea sbagliata di sacrificio può portare a rinnegare la propria Umanizzazione, che esige il sacrificio, ma inteso propriamente.

Il sacrificio fa parte del creare la Vera Identità. Non coltivare le proprie vere esigenze è di per sé degenerazione, anche nel senso di mancata generazione di Se Stessi Vera Identità.

Il sacrificio erroneamente inteso deriva anche dalla sensazione di dover sacrificarsi, perché si pensa che la vita è sofferenza e più si soffre più si è buoni, oppure perché ci si sente in colpa se non ci si sacrifica a sufficienza; il secondo caso non esclude il primo, anzi. Inteso nel senso giusto del termine, sacrificarsi sufficientemente significa agire nella misura necessaria per divenire Sacri, vale a dire Realizzare la Vera Identità, giusto per iniziare. La misura necessaria menzionata è comunque relativa: lo Spazio Esistenziale Vera Identità può essere espanso e nobilitato in modo infinito, o quasi.

Anche se il meccanismo del sacrificio è stato acquisito meccanicamente e si continua a perpetuarlo meccanicamente, la sensazione di dover sacrificarsi è comunque, molto spesso, anche un modo per esprimere il voler bene, espressione a sua volta dell’Amore.

Dando valore inappropriato alla parola sacrificio, significa privarla del suo vero significato, come è ovvio per ogni fraintendimento, privandoci così anche di parte del suo potenziale. Dare significati sbagliati alla vita significa rubarle parte del significato, derubarsi, limitare l’espressione dei propri potenziali. Intendendo in modo inappropriato il concetto di sacrificio,   possiamo anche aiutare altri, ma a nostro discapito. Essendo il sacrificio un elemento fondamentale della realizzazione del Bene, è giusto, bene, fare in modo che il proprio sacrificarsi coincida con il beneficiarne, oltre a far beneficiare. Il modo diretto per far coincidere il nostro beneficio con quello altrui è l’Umanizzazione, che implica il sacrificio, inteso propriamente: sacrificarsi veramente significa realizzare il DivinUmano.

È giusto ribellarsi a concetti e comportamenti sbagliati riguardanti il sacrificio, ma dovrebbe essere una ribellione consapevole, non solo un negare per ignoranza. Sacrificarsi fa parte della via della Conoscenza, significa anche affermare sempre più per comprensione, non giusto per produrre parole e pensieri. Sacrificarsi significa trasformare per conoscenza, non combattere per ignoranza, che è di per sé conflitto. La trasformazione della ribellione per reattività in liberalizzazione consapevole è un elemento del sacrificarsi. Il sacrificio propriamente inteso è la strada verso la Libertà e ribellarsi significa proprio tendere a ciò che si credere essere maggior libertà. Chiaro che l’idea di libertà deve essere qualitativa, altrimenti soltanto indirizza a un tipo diverso di prigionia. Essere schiavi di idee limitanti sulla libertà è un’assurdità veramente particolare.

Essendo testimoni di casi di persone che seguendo idee sbagliate sul sacrificio si sono rovinate la vita, perdendo quasi completamente di vista le proprie esigenze, possiamo provare repulsione verso il sacrificio. Dovremmo però considerare che non si tratta di repulsione verso il sacrificio, ma verso il loro modello comportamentale che esse intendono come sacrificio. Riguardo all’espressione: perdere di vista le proprie esigenze, va specificato che è solo un modo di scrivere, perché quasi nessuno perde di vista le proprie vere esigenze. Per perdere di vista qualcosa bisogna prima vederlo, ma in generale l’ignoranza esistenziale impedisce di conoscere le vere esigenze. Per vedere le vere esigenze è necessario liberarsi da priorità sbagliate, basate su idee non funzionali per l’Umanizzazione.

Sacrificarsi significa anche mettere al primo posto le proprie vere esigenze, che coincide con l’aiutare altri: Umanizzarsi significa anche essere di aiuto ad altri, automaticamente. Molti tra coloro che tendono a mettere se stessi al primo posto, provano però avversione verso il sacrificio, anche se inteso giustamente, cioè come rendersi sacri, che significa veramente mettere al primo posto se stessi, nel senso di dare massima priorità alle proprie vere esigenze. Provano repulsione verso il sacrificio perché il rendersi sacri implica la liberazione dall’essere falsi: la Sacralità è questione di Verità. Provano repulsione perché tra le proprie vere esigenze di ognuno ci sono lo sviluppo della Bontà e dell’altruismo, che possono sembrare limiti, soprattutto se si è accecati dall’egoismo, anche perché si confonde l’individualismo con l’individualizzazione, che intesa giustamente significa Umanizzazione.

Se come se stessi si intende l’identità falsata, mettere se stessi al primo posto significa alimentare le falsità, le false esigenze. Per diminuire il rischio di mettere al primo posto l’identità falsata, con la conseguente ulteriore falsificazione dell’identità, è bene ragionare in termini di mettere al primo posto le vere esigenze. Pensare cioè: voglio dare la massima priorità all’Umanizzazione.

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TV Soloverità e info-dipendenza

Un paio di metri più in là c’è la tivù in agguato. Accesa e sintonizzata su TV Soloverità. Amelia finge di non ascoltare il suono fatto vibrare nell’ambiente dagli altoparlanti della TV, si sforza di non guardare in modo troppo esplicito verso lo schermo. Ma la tivù aspira fortemente al ruolo di protagonista. Lo sguardo della vedova sfugge spesso al suo stesso controllo, per percepire fugacemente le ammalianti immagini. Non c’è niente da fare. Amelia non si è per nulla liberata dall’info-dipendenza. Una malattia vera e propria, una patologia non notata dai conoscenti. Inconsapevoli drogati componenti un mondo di ignari drogati. Oh, quanto drogarsi! Legale, lecito e pressoché invisibilmente dannoso. L’orologio nell’angolo sinistro dello schermo indica che tra meno di un minuto inizierà il TG di TV Soloverità. In città la tensione sale di colpo. Amelia sta per diventare il centro di un nuovo ciclone mediatico. Il TG inizia. La vedova non riesce più ad interpretare il ruolo di disinteressata agli stimoli che le stanno pervenendo dalla magica scatola. Tanto più che al centro del ciclone mediatico appena iniziato si trova proprio la famiglia Parenti. In special modo lei, Amelia. Le notizie che TV Soloverità sta divulgando stimolano nelle menti dei telespettatori la costituzione di miriadi di emozioni e conseguenti pensieri inerenti alla faccenda Annibale Parenti. Informazioni molto contagiose. Una vera e propria pandemia
postepidemica. Un ottimo ed elaborato virus mentale ha contagiato centinaia di migliaia di simili immaginari individuali destinati a divenire unica vita quotidiana collettiva. Centinaia di migliaia di menti, epicentri interdipendenti, emettenti frequenze di miliardi di emozioni e pensieri che andranno a creare il futuro cittadino e non solo. Il virus si diffonde ancor più nel già saldamente edificato lebbrosario collettivo. Le caratteristiche della diffusione di questa malattia, scorta solo da pochi, sono il riflesso dei flussi mentali che ospitandola, la diffondono. Intensamente, acutamente e molto velocemente. Tanto che non si riesce più nemmeno lontanamente a scorgere chi è l’ospite e chi l’ospitato. Presto saranno milioni ad essere contagiati dal nuovo agente infettivo mutato e ad avere l’opportunità di attivare ancor di più nelle proprie menti i contenuti costituitisi con il pensare agli affari di casa Parenti, a poter sognare nella similitudine collettiva ciascuno un sogno diverso.
Sta succedendo qualcosa di veramente insolito. A quanto pare, dalla universalmente riconosciuta fucina di menzogne denominata TV Soloverità, stanno finalmente venendo a galla notizie più che mediamente supportate dalla veridicità. Il processo di emersione di concreti dati di fatto riguardanti la morte di Annibale ha subito un’inaspettata accelerazione. Silvio Michelini, direttore di TV Soloverità, sembra essersi convertito in sommo chiacchierone. Dal vivo, dallo studio del TG, sta affermando che Annibale Parenti è morto durante le riprese di una candid camera realizzata proprio da TV Soloverità. Ha anche reso noto che è cambiata la politica redazionale di TV Soloverità e che da oggi in avanti i giornalisti di quest’emittente tramanderanno la verità in modo più obbiettivo. Per dare più enfasi a questo processo, da domani TV Soloverità si chiamerà Tele Tutto Vero. – Tratto da Eternamente Qua, il mio secondo libro, pubblicato nel 2003, dopo Il Cavaliere delle Energie

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Bontà dell’Umanità Unico Organismo

Sembra che la cattiveria nel mondo prevalga sulla bontà, ma non è così: pensiamo agli atti spinti da gentilezza, compassione e solidarietà di cui possiamo essere testimoni ogni giorno. Certo, l’idea che ci viene propinata, in genere, dai media è diversa, ma dobbiamo considerare che i media sono, in generale, espressione di potenti manipolatori e, pertanto, non possono non dare un’immagine distorta del mondo, favorendo, tra l’altro, la focalizzazione sul negativo: eppure la bontà, la gentilezza, la compassione, la solidarietà (r)esistono e, per fortuna, con il tempo aumenteranno, perché l’umanità diverrà, gradualmente, sempre più consapevole di Sé come Unico Organismo. www.andreapangos.it

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