le onde non possono arrestare il mare la discesa fermare il fiume l’ombra annientare la luce non rimane che abbandonarsi a Dio

la discesa fermare il fiume

l’ombra annientare la luce

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l’ombra annientare la luce

non rimane che abbandonarsi a Dio

Tratto dalla mia raccolta di poesie: Zero a Zero – non dualità in versi (2019) acquistabile su Amazon.

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Ogni pensiero è un seme, pensando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

L’idea di rinunciare a tutto è un tranello concettuale che può facilmente potentemente ostacolare l’umanizzazione, ma anche, come si dice in genere: per rovinare la propria e altrui vita.

L’idea di rinunciare a tutto può essere anche un sintomo della sincerità della ricerca, nel senso che attraverso la stessa, il ricercatore può esprimere la sua abnegazione. Intesa nel senso più profondo del fenomeno, la sincerità dovrebbe però implicare la verità. Essere sinceri con falsità è una specie di ossimoro.

L’idea che possiamo rinunciare a tutto è autonegante: nega se stessa. Significa che si tratta di falsità. La spiegazione che segue potrebbe sembrare astrazione rispetto alla concretezza che, talvolta, viene espressa con l’idea: rinuncio a tutto. Consideriamo però che tale affermazione può risultare limitante, ostacolante l’umanizzazione, soprattutto quando si tratta di una decisione ferma, espressa con sentimento.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché il pensare: rinuncio a tutto, implica la rinuncia allo stesso pensare in atto: rinuncio a tutto. Implica, inoltre, il rinunciare alle conseguenze prodotte dall’aver affermato, una o più volte: rinuncio a tutto, il che è impossibile, semplicemente perché le conseguenze sono una necessità, a prescindere dalla nostra volontà. Pensare di non raccogliere ciò che si semina significa immaginare di neutralizzare la legge di causa ed effetto. Si tratta un aspetto specifico del delirio di onnipotenza.    

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto significa non rinunciare a tutto, perché affermando ciò non si rinuncia all’idea di rinunciare a tutto, perché il tutto implica anche ogni di idea di rinuncia.

Pensare rinuncio a tutto, significa anche pensare: rinuncio a tutte le intenzioni di rinunciare, quindi anche a eventuali ripensamenti, che porterebbero ad affermare: ho superato l’idea di rinunciare a tutto.

Voler rinunciare a tutto non riflette un bisogno. Semplicemente, perché i bisogni implicano possibilità realizzabili, perlomeno parzialmente, oppure almeno ipoteticamente possibili. Voler rinunciare a tutto è invece un pseudo tendere all’impossibile: è impossibile tendere all’impossibile. Voler rinunciare a tutto vuole dire volere l’impossibile.  

Siccome ogni pensiero-parola è un seme, pensando-affermando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

Pensare: rinuncio a tutto significa negare se stessi, non soltanto il proprio esprimersi. Affermare: rinuncio a tutto, significa anche affermare: rinuncio, d’ora in poi, all’esprimere l’idea di rinunciare a tutto.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché ciò significherebbe rinunciare anche a noi stessi, il che è impossibile.

Considerando, la verità, che in quanto Identità Reale siamo eterni, non possiamo mai rinunciare a noi stessi: ogni negazione dell’esistenza è affermazione della stessa. L’eternità è questione di irrinunciabilità.

Se consideriamo, invece, il corpo fisico come sé reale (identificazione con il corpo fisico: non considerare il corpo fisico come un aspetto del Nostro esprimerci, Nostro in quanto Identità Reale), allora l’idea di rinunciare a tutto comporterebbe anche l’idea di rinunciare al corpo fisico. Si tratterebbe di eutanasia, oppure autoeutanasia, o perlomeno del viatico verso l’eutanasia autoassistita. L’eutanasia mal autoassistita non è peraltro una rarità. Anzi, è un modo di definire anche il suicidio a lungo termine, reso possibile dall’incapacità di vivere veramente, dettata dall’essere solo apparentemente nati. Non nel senso dell’essere consapevoli che, in Realtà, siamo innati, ma nel senso che non si favorisce la fioritura del seme offerto dalla nascita del corpo fisico, pertanto anche sella struttura psichica. La vita vera esige umanizzazione come viatico alla Vita Reale, attraverso la Risurrezione.    

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare a Dio, che è proprio il soggetto per cui molti vorrebbero realizzare la missione impossibile di rinunciare a tutto.

Cosa significa voler rinunciare a Dio quando Dio è Tutto? Espresso diversamente: cosa vuole dire: voglio rinunciare a tutto, quando come Dio si intende la Persona Suprema, cioè l’Origine di tutto il resto, cioè Origine del Proprio esprimersi. Intendendo Dio come Persona Suprema, tranne Dio Persona Suprema, tutto è espressione di Dio Persona Suprema.

È bene considerare anche che l’umanizzazione non è questione di esclusione, ma di integrazione. Non è quindi questione di rinunciare veramente a qualcosa, ma di fruire di tutto (incluso Dio e noi stessi) in modo umanizzante, cioè integrante. L’idea di rinunciare può facilmente favorire la repressione, mentre uno dei processi fondamentali dell’umanizzazione è l’emersione. La repressione può portare a eversione interiore, cioè alla distruzione di, almeno parte, di ciò che già abbiamo realizzato positivamente.

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. Anzi, significa anche rinunciare a rinunciare al bene, all’umanizzazione e a tutto. Più precisamente, essendo impossibile rinunciare a tutto:  voler rinunciare a tutto significa voler anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. R

Voler rinunciare al voler rinunciare al voler rinunciare…. è il circolo vizioso concettuale, che ben rappresenta il circolo vizioso in cui incappa chi è posseduto dall’idea di voler rinunciare a tutto, perché magari posseduto dall’idea che bisogna rinunciare a tutto, forse perché non consapevole del fatto che rinunciare a tutto è una missione impossibile anche per Dio stesso.

Possiamo forse rinunciare al fatto di essere figli biologici dei nostri genitori biologici?

 Possiamo forse rinunciare all’aria, all’acqua, al cibo? Anche nutrendosi di prana, si tratterebbe pur sempre di cibo.

In quanto entità noi dipendiamo, primariamente da Dio, poi dal nostro ambiente. Il cosmo intero è una catena alimentare.

Voler rinunciare a tutto è un’assurdità. Certo, in generale, chi dice semplicemente:  voglio rinunciare a tutto, non riflette nel modo suddetto. La menzogna però rimane tale, il mentirsi esiste a prescindere dalle “buone” intenzioni, che per essere veramente buone devono basarsi sulla verità. La struttura delle menzogne è molto abile a infiltrarsi nel mondo delle intenzioni solo apparentemente buone.

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto: Oh, che sollievo!

Preferisco fruire in modo direttamente umanizzante di tutto, cioè anche del fruire stesso Profumo di verità.

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Dobbiamo costruire ponti verso luce sempre superiore, soprattutto per riconoscerci come Esseri di Luce Originale abitanti l’Origine, di là della distinzione in Spirito – Natura. Illuminarci meglio per illuminarci-illuminare meglio, anche per meglio vedere, è un aspetto fondamentale dell’umanizzazione.

Evitare forzatamente e una forma di attaccamento. Dover evitare significa essere costretti. La costrizione è antitetica alla liberazione, a meno che non venga vista come opportunità da affrontare per far emergere maggior grado di consapevolezza.

Escludere è una forma di attaccamento. Dover escludere significa subire la necessità di escludere. In quanto struttura, anche, olografica, conteniamo l’informazione di tutto il resto, siamo cioè anche tutto il resto, ovvero anche una replica di tutto il resto. Escludere qualcosa significa escludere parti di se stessi. Escludere significa impedirsi di vedere sempre meglio e senza meglio vedere non possiamo ambire a maggior comprensione. Comprendere significa anche comprendere che comprendiamo tutte le informazioni cosmiche, che siamo, anche, un contenitore individualizzato, pertanto individualizzante, di informazioni riguardanti il cosmo intero.  Non possiamo veramente escludere, ma possiamo essere schiavi dell’ignoranza dettante la convinzione che possiamo escludere.    

La via diretta consiste di integrazione, non disintegrazione. Costruire ponti è ben diverso dall’evitare di costruirli, oppure dal minarli. Certo, costruire ponti per il nocivo è controproducente, ma ignorare il male, oppure volerlo evitare a tutti i costi, lo rafforza: siamo sempre in compagnia della nostra ombra, ovvero dell’ombra che anche siamo.   Bisogna perciò costruire ponti verso luce sempre superiore, soprattutto per riconoscerci come Esseri di Luce Originale abitanti l’Origine, di là della distinzione in Spirito – Natura. Illuminarci meglio per illuminarci-illuminare meglio, anche per meglio vedere, è un aspetto fondamentale dell’umanizzazione.

Non dobbiamo frequentare tutti, anche perché noi possiamo frequentare tutti. In un certo senso possiamo però frequentare tutti. Per arrivare a ciò dobbiamo frequentarci bene, umanizzandoci direttamente, in modo da par emergere lo Stato Originale, caratterizzato da  Onnipresenza, Onniscienza e Beatitudine. Essere Beatitudine significa essere Eccellente Compagnia.   

In quanto identità integrale non escludiamo nulla. I demoni non cessano di esistere nemmeno per l’Illuminato, ma non lo tangono, perché nella Luce Originale non v’è possibilità di ombra, caratteristica per il Cosmo Naturale (Manifesto),  ben diverso dal Cosmo Originale (Immanifesto).  Possiamo anche decidere (anzi: dobbiamo decidere, fermamente!) di non frequentare i demoni. Non è però detto che essi decidano di non frequentare noi. Anzi, elevandosi, si eleva anche il rischio di essere prede prelibati dei demoni più sottili, perfidi, potenti. In verità si tratta della verifica se siamo tentati più dall’inferiore oppure dal superiore. Non esiste male assoluto, ma soltanto Bene Assoluto e  diversi gradi di bene relativo.

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Il lasciarsi andare non è questione di fatalismo, anzi: è uno degli antidoti per neutralizzare il fatalismo. Fatalismo è subire l’inconsapevolezza, più precisamente: subire le conseguenze della mancanza del grado di consapevolezza necessario per affrontare giustamente la situazione

I blocchi, cioè gli ostacoli vanno intesi come insegnanti, non come avversari, oppure, ancora peggio: come nemici.

Gli ostacoli sono anche nostri collaboratori, nel senso che sono indicazioni da intendere come suggerimento a essere migliori collaboratori di se stessi, essendo migliori fautori di umanizzazione.

Gli ostacoli non vanno combattuti. Non vanno nemmeno ignorati, oppure repressi. Lasciar andare non significa ignorare.   

Lasciar andare significa superare, non lasciarsi andare alla deriva. Più precisamente non si tratta di lasciarsi andare alla deriva, ma subire l’ “andare” alla deriva. Andare è virgolettato, perché l’andare implica volere, mentre in questo caso si tratta di subire la direzione. Il lasciar andare porta al porto sicuro di un maggior grado di consapevolezza. Lasciar andare esige il grado minimo di consapevolezza necessario per far emergere stati di consapevolezza superiori, cioè il riconoscersi su piani esistenziali superiori. Ricordiamoci: il pilota automatico del Superiore è ben altra cosa del pilota meccanico dell’inferiore.

Gli ostacoli vanno affrontati consapevolmente, che significa anche superare, oppure: aver superato, la reattività-meccanicità che generalmente inducono. Essere maggiormente consapevoli, più precisamente: essere maggior grado di consapevolezza, significa anche: determinare positivamente invece di subire negativamente. Essere ricettivi significa anche determinare giustamente se stessi, in modo da essere fecondati dall’umanizzante.    

Il lasciarsi andare non è questione di fatalismo, anzi: è uno degli antidoti per neutralizzare il fatalismo. Fatalismo è subire l’inconsapevolezza, più precisamente: subire le conseguenze della mancanza del grado di consapevolezza necessario per affrontare giustamente la situazione. Situazione che, anche se appare come esteriore, è essenzialmente una questione interiore.

L’assenza del necessario grado di consapevolezza è una situazione molto grave. La patologia cronica più diffusa è la mancanza di umanizzazione diretta. Diretta, perché non esiste non umanizzazione, ogni processo fa parte dell’insegnamento: abbiamo perciò umanizzazione diretta e umanizzazione indiretta.   

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La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

Cosa vogliamo imparare? Oppure: cosa dobbiamo imparare? Fino a un certo grado di consapevolezza l’arbitrio è questione di concettualità, non di vera e propria scelta. La coercizione può sembrare scelta, ma non lo è: ciò è chiaro quando osserviamo consapevolmente ciò che siamo stati. Consapevolmente, nel senso di vederci. Vederci, nel senso di veder osservare perlomeno se stessi in quanto struttura psicofisica. VederSi Veramente, esige, invece, la Consapevolezza Integrale: Essere Consapevolezza integrale.   

Alcuni interpretano l’afflizione come punizione divina. Altri, invece, la identificano con il sacrificio, interpretandola come servizio a Dio, anche nel senso: più soffro, più sono spirituale. Oppure, merito di soffrire, perché sono un peccatore e soffrire espia i miei peccati. Chi la pensa così, dovrebbe tenere presente che Dio, inteso come Persona Suprema, è anche Beatitudine. Quando si parla di sacrificio, inteso come offerta a Dio, bisogna chiedersi: quale Dio sto servendo. Dio, inteso come Persona Suprema, è unicamente Uno. Ci sono però anche entità che vengono intese come Dio. Consideriamo che molte entità si nutrono proprio di sofferenza umana. Per trovarle non serve andare chissà dove, su chissà quale piano astrale, basta incontrare qualcuno che gode della sofferenza altrui, che è anche, non soltanto, la personificazione di tali entità.

A causa di convinzioni non direttamente in linea con le vere esigenze dell’essere umano, sofferenza e sacrificio trovano un punto in comune. Un punto in comune, è però soltanto un modo di dire. Non ci sono veri e propri punti in comune, ogni punto è a sé; tra l’altro: non ci sono punti non veri e propri. In questo caso però, la soluzione risiede nella linea e non nel punto.     Esiste però una specie di linea che accomuna sofferenza e sacrificio. Nel nostro casol la soluzione sta nella linea, non nel punto. Si tratta della linea che emerge utilizzando, in modo umanizzante, i concetti di sofferenza e di sacrificio. È la linea dettata, anche, dalla comprensione di questi due concetti come sinonimi. Ciò accade quando consideriamo l’effettivo significato di sacrificio, che è rendere sacro. Rendersi sacri significa umanizzarsi, che implica afflizione umanizzante, conseguente a purificazione e consapevolizzazione. Iniziare a sacrificarsi significa anche essere passati dalla sofferenza degenerante che si perpetua meccanicamente, alla sofferenza umanizzante che è un sintomo della liberazione della meccanicità, che è, anche, il processo verso l’emersione dell’Amare e della Beatitudine.

  

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Aiutati che Dio di Aiuta. Non affrontando giustamente gli ostacoli, siamo noi stessi ostacolo per noi stessi.

Gli stessi eventi che per alcuni sono causa di abbattimento, per altri possono essere ragione di profonda umanizzazione. Così pure, alcuni fruiscono in modo veramente minimo di influssi altamente positivi, mentre altri ne traggono enorme vantaggio. Se non siamo capaci di fruirne, anche l’influsso massimamente positivo non può esserci di aiuto. È un po’ come cercare di riempire una bottiglia immergendola in un fiume, ma con il tappo ben avvitato, oppure, ancora peggio: tenere la stessa bottiglia bel lontana dall’acqua. Considerando ciò, possiamo meglio comprendere l’enorme importanza dell’aumentare la qualità dell’arbitrio, anche per attirare influssi migliori e meglio fruirne.

         Non affrontando giustamente gli ostacoli, siamo noi stessi ostacolo per noi stessi, quindi parte del male (bene indiretto) stesso.  Così pure, non fruire giustamente di eventi favorevoli significa farsi male, negandosi il bene.  Senza il giusto approccio interiore non possiamo, in genere, superare, giustamente, nemmeno gli ostacoli minori. Approcciandosi giustamente, cioè in modo umanizzante, a noi stessi, facciamo, invece, valere la massima: aiutati che Dio di Aiuta, favorendo, spesso, soluzioni generalmente inconcepibili.

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Cos’è lo Spirito? Utilizzare parole, senza però ben sapere cosa esse significano, vuole dire esprimere ignoranza. In pratica significa essere usati dalle parole, immaginando di star usandole.

Utilizzare parole, senza però ben sapere cosa esse significano, vuole dire esprimere ignoranza. In pratica significa essere usati dalle parole, immaginando di star usandole. Non siamo noi a fruire dell’ignoranza, è l’ignoranza a fruire di noi. Ignorare significa anche subire.

Uno dei termini più usati nella terminologia di alcuni, non certamente tutti, gli insegnamenti spirituali, è la parola Spirito. In quanto ricercatori spirituali dovremmo avere le idee chiare riguardo a ciò che intendiamo con i concetti: spiritualità, pratica spirituale, ricercatore spirituale, percorso spirituale. Per avere idee chiare su queste espressioni, è necessario sapere chiaramente cosa si intende con la parola: Spirito.  

Sulla strada della chiarezza concettuale, è molto utile chiedersi: Cosa intendo con la parola Spirito?, A cosa mi riferisco la parola Spirito?, So esattamente a cosa penso dicendo Spirito, oppure utilizzo questa parola senza essermi spiegato-spiegata bene, cosa intendo con essa?  Dove si trova e che funzione ha ciò che intendo quando dico, scrivo: Spirito? So spiegarmi a fondo qual è la posizione dello Spirito (più precisamente: di ciò che intendo come Spirito) nell’ambito della Totalità? So come si è formato lo Spirito, oppure esiste da sempre? So associare giustamente la parola Spirito, ai concetti usati da insegnamenti spirituali, che non utilizzano la parola Spirito?

L’espressione: Spirito, è usata dai diversi insegnamenti spirituali, per indicare diversi aspetti della Totalità, ovvero della struttura identitaria umana. La parola: spirito, viene da taluni insegnamenti usata per ciò che altri definiscono con le parole: anima, mente, purusha, coscienza, organo interiore ed altri. Si tratta di parole che possono essere usate come si vuole, per indicare qualsiasi cosa si vuole, anche ciò che altrimenti è definito: frigorifero. Non c’è nulla che lo vieti. L’importante è sapere esattamente cosa si intende con una determinata parola. Ciò vale non soltanto per l’ambito direttamente spirituale, ma anche per il linguaggio quotidiano.

È possibile pensare di aver capito a fondo una questione, semplicemente perché non si comprende la propria incomprensione. Si ignora cioè di ignorare, perché si sa senza però aver compreso, cioè integrato in sé, aumentando il grado di consapevolezza. Soltanto comprendendo meglio di prima, possiamo veramente comprendere di aver, prima, compreso peggio, meno, che dopo averlo meglio compreso. 

Abbiamo così due tipi di conoscenza. La prima nozionistica, che esige semplicemente le necessarie capacità nozionistiche. La seconda, oltre alla prima, esige anche il necessario grado di consapevolezza, maturità spirituale. Quest’ultimo tipo di conoscenza è più importante della prima: possiamo disporre solo di lievi capacità nozionistiche, ma essere molto maturi spiritualmente.

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La sessualità andrebbe intesa anche come enorme potenzialità per favorire lo sviluppo spirituale. Invece di negarla, reprimerla, bisognerebbe cercare-trovare modi, per nobilitarla in funzione dell’umanizzazione.

Il secondo livello esistenziale è collegato alla sessualità, anche perché si tratta del livello della realizzazione della distinzione dei poli; il secondo livello è anche il livello della procreazione.   

A causa di idee sbagliate sul bene e sul male, alcuni insegnamenti intendono la sessualità come qualcosa di negativo, da combattere a prescindere. Oppure la intendono unicamente come funzione riproduttiva. La donna è così spesso vista come tentatrice, anche perché la storia di Adamo ed Eva è interpretata in malo modo, non cogliendo la fondamentale importanza per l’individualizzazione, di ciò che è definita la cacciata dall’Eden. Riguardo ciò può essere illuminante considerare l’Eden come la dimensione dietro l’orizzonte degli eventi in un buco nero, mentre la caduta come espressione nel Cosmo. La sessualità andrebbe intesa anche come enorme potenzialità per favorire lo sviluppo spirituale. Invece di negarla, reprimerla, bisognerebbe cercare-trovare modi, per nobilitarla in funzione dell’umanizzazione.

Pure le indicazioni etiche, cioè in linea con le vere esigenze dell’essere umano, tra cui c’è il rispetto di leggi superiori (che è questione anche di convenienza, perché rispettarle rende possibile una vita di maggior qualità), possono essere indicazioni fuorvianti. Se intese senza il necessario grado di consapevolezza, possono essere manipolate in modo da essere concetti alimentanti il fanatismo. Il discernimento, perlomeno concettuale, è molto importante. Il secondo livello non è però il livello dello sviluppo concettuale, che inizia con il terzo livello, che è il livello mentale. Il secondo livello è, invece, di stampo fondamentalmente sessuale – emozionale.   

Il secondo livello di ricerca può essere caratterizzato dal culto della punizione, che prevede punizioni per chi trasgredisce le regole. È anche il livello dell’autopunizione, magari perché si pensa che sbagliando bisogna punirsi. Punizione e autopunzione, derivano spesso dal senso di peccato, legato anche al concetto di peccato originale inteso in modo fuorviante. Il percorso spirituale è, anche, un processo di liberazione dalle paure. Fomentare paure è un ostacolo per la maturazione spirituale. Le tradizioni spirituali dovrebbero emanciparsi dai loro segmenti che favoriscono la paura, tra l’altro la paura della punizione.

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Tutto è destinato a tornare a Dio, più precisamente: la sincronizzazione delle forze porta al “passaggio” dallo stato relativo allo stato Originale (Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine).

La distinzione netta in bene e male può favorire rigidità concettuale, emozionale e comportamentale; questo non è un invito al relativismo. La soluzione è comprendere che il bene basilare è, ripetiamolo ancora una volta: ciò che aumenta il grado di consapevolezza, anche perché soltanto un modo di individui più consapevoli può rendere il mondo veramente, non apparentemente, un posto migliore. La conflittualità bene assoluto – male assoluto è un ostacolo molto fuorviante, anche perché tale conflitto non esiste. Essendo “inizialmente” Dio (inteso come Persona Suprema) l’unica esistenza, tutto il resto che ne consegue, cioè l’esprimersi di Dio non può essere male assoluto.

È fondamentale riconoscere direttamente che la dicotomia bene-male è ambito della consapevolezza parziale. La Consapevolezza integrale sperimenta e interpreta il tutto come Unica Esistenza, ovvero come unica esistenza composta da Dio (Persona Suprema) e dal suo esprimersi in Se Stesso. Bastano pochi attimi di tale consapevolezza, per comprendere che tutto è destinato (utilizziamo questa definizione semplificata) a tornare a Dio, più precisamente che la sincronizzazione delle forze porta al “passaggio” dallo stato relativo allo stato Originale (Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine). In verità. Non è nemmeno un vero e proprio passaggio: la via verso la Verità non porta alla Verità; il suo limite è la soglia della Verità). Non è quindi un vero e proprio passaggio, ma si si tratta della scomparsa di veli, cioè dell’ignoranza che impediva di scorgere il Tutto per come veramente è.


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Volere la Volontà del Signore significa anche voler accedere direttamente ai programmi evolutivi più appropriati. Volere la Volontà del Signore, significa voler liberarsi dal fato, inteso come destino meccanico, orizzontale. Aprirsi alla Volontà Divina significa aprirsi all’Elevazione.

Compresa giustamente, l’espressione: Sia fatta la Sua Volontà, non è per nulla fatalistica. Anzi: libera dal fato, dettato anche, se non soprattutto, da costante infatuazione per “sé”. La Volontà è il Proposito dettato dal Padre nel fecondare la Natura per creare un nuovo Universo, inteso come singolo sistema solare. Proposito che è anche il programma evolutivo di massima del sistema solare in questione e degli esseri che lo abiteranno. Volere la Volontà del Signore significa anche voler accedere direttamente ai programmi evolutivi più appropriati. Volere la Volontà del Signore, significa voler liberarsi dal fato, inteso come destino meccanico, orizzontale. Aprirsi alla Volontà Divina significa aprirsi all’Elevazione. Volontà Divina è che l’essere umano usi, se stesso e gli strumenti evolutivi, per Illuminarsi.

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