Ricordiamoci che dove c’è Amore non c’è paura. L’idea di aver paura di Amare è un ossimoro. Nessuno ha paura di amare. Ciò di cui si ha paura è il viaggio ignoto verso l’Amare, con tutti i meccanismi comportamentali da superare.

Aver paura di affrontare le paure fa parte dello spettro delle paure. Per superare questo meccanismo, può risultare molto utile ricordarsi della seguente dinamica: la paura bussò, il coraggio andò ad aprire, ma non trovò nessuno.

Iniziare a superare la paura di affrontare le paure significa decidere di affrontarle consapevolmente. Consapevolmente nel senso di maggior presenza di sé, maggior radicamento, maggior lucidità. La paura è essenzialmente presente nella misura in cui non ci siamo Noi: la Consapevolezza Integrale è senza paure. Non ci siamo Noi, nel senso che non c’è lo Stato Originale: Noi Sempre siamo, ma noi (sé) dobbiamo riconoscere Ciò.

Aver paura significa anche subire, anche perché passivi, cioè incapaci di esprimere le proprie dinamiche. Non agire aumenta la paura; potremmo anche affermare che non agire implica la paura di vivere. Agire consapevolmente, invece, libera dalle paure. Affrontarle porta a toccare con mano la situazione. Non affrontarle porta ad immaginarle, magari ingrandendole, farcendolo con proiezioni, aumentando la complessità delle paure con l’aggiunta di paure relative ad altre situazioni. Le paure immobilizzano, mobilizzarsi fa perciò parte della soluzione della questione paure. Le paure congelano. Riscaldarsi, attivando maggior energia vitale, focalizzandosi sul cuore per scaldarsi di Amore, è una per sciogliere le paure.

Ricordiamoci che dove c’è Amore non c’è paura. L’idea di aver paura di Amare è un ossimoro. Nessuno ha paura di amare. Ciò di cui si ha paura è il viaggio ignoto verso l’Amare, con tutti i meccanismi comportamentali da superare. Si tratta dell’uscire dalla cosiddetta zona di confort e della paura derivante dall’uscirne. Si tratta di un’assurdità: se fosse veramente una zona di confort non ci sarebbe nessun bisogno di uscire da essa. In verità si tratta di una zona di relativa sicurezza e passare il confine, oppure il solo pensare di valicarlo, implica l’emersione di insicurezza. Le paure sono figlie di insicurezze: chi è sicuro non ha certamente paura. La vera Zona di Confort siamo Noi Stessi, Identità Reale: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Ampliare la Zona di Confort significa maturare la Consapevolezza Integrale.

La paura del cambiamento è logica, mentre la paura del miglioramento è illogica, anche se comprensibile, perché implica l’ignoto. Agire consapevolmente porta automaticamente miglioramenti, agire consapevolmente è una soluzione anche per la paura del mero cambiamento. Agendo consapevolmente, sentendo consapevolmente, pensando consapevolmente evitiamo sicuramente il mero cambiamento, perché certamente miglioriamo. Pensare al cambiamento può produrre stress, tendere al miglioramento favorisce la gioia, che è anche la soglia dell’Amare.

Temere il miglioramento significa temere l’evoluzione, cioè temere se stessi: noi siamo evoluzione, che è se stessa nella misura in cui si evolve. Dobbiamo tendere ad evolverci nella maggior misura possibile, nel miglior modo possibile; le due modalità coincidono, sono modi diversi di definire lo stesso miglioramento. Chi teme la malattia, farebbe bene a considerare che non tendere consapevolmente ad evolversi è malattia di per sé: negazione, repressione, di sé espressione di Sé.

Temere l’evoluzione è una paura fondamentale, perché ostacola ciò per cui ci siamo incarnati, più precisamente ciò per cui ci esprimiamo attraverso l’incarnazione. Noi non ci incarniamo mai. Né mortali né immortali: la verità è che siamo innati, considerando la nascita, altrimenti nemmeno questo. Non finiamo mai, perché mai siamo iniziati, perché da sempre esistenti. L’illusione di poter – dover morire, può aumentare la possibilità che invece di essere strumento di individualizzazione della Libertà, la vita fisica sia campo di concentramento di abbagli e paure. La convinzione che ci sono solo due cose certe: la nascita e la morte, è assurda. Non solo perché di mezzo c’è la vita fisica, ma, soprattutto, perché Noi né nasciamo né moriamo, ma ci esprimiamo anche attraverso la vita fisica. Siamo la Vita e la vita non può morire: sarebbe come affermare che l’acqua brucia.

Le presunte sicurezze si basano sull’ignoranza di sé, per conoscere il sé e il Sé bisogna affrontare l’ignoto, che spesso combacia con la zona insicura, anche se si tratta della miglior soluzione possibile. Non è detto che ciò che conosciamo sia il meglio, anzi: il più delle volte e ciò che solo crediamo essere il meglio.

Per conoscere se stessi bisogna riconoscere, accettare, constatare consapevolmente, anche il peggio di se stessi, ma conoscersi è sicuramente meglio che immaginarsi. Tranne nel caso si voglia una vita immaginata; non si tratta però nemmeno di un volere, ma di dovere: la mancanza della necessaria consapevolezza esclude la scelta propriamente intesa. Non si tratta comunque di un caso, si tratta della regola pressoché incontrastata. Chi non si conosce, non può che immaginarsi e l’identità immaginata non può certamente ambire a una vita vera.

Siamo pienamente appagati dalla vita che anche siamo, come espressione di Sé? Per rispondersi in modo incontrovertibile, bisogna conoscersi come Vita Piena: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Perché? Perché si tratta dello Standard Esistenziale, tutto il resto dell’esperienzialità è un’espressione parzializzata, pertanto parzializzante, di Tale Stato, che caratterizza l’Identità Reale nello stato pienamente coerente, senza distinzione in Spirito – Natura.

L’Identità Reale è senza paure. Liberarsi dalle paure significa anche minare l’identità immaginata, farlo significa anche smettere di aver paura di se stessi. Le paure sono nostre (chi si Conosce è senza paure), sono cioè paure di sé, paure facenti parte del sé. Certo, ci sono pericoli direttamente incombenti di cui è naturale aver paura, ma l’Identità Reale è Prima e Oltre la Natura.

Bisogna discernere paure derivanti da pericoli effettivi, che mettono in pericolo l’esistenza e paure derivanti da paure immaginarie. Considerare che la nostra esistenza, l’esistenza che Realmente Siamo (Identità Reale) non è mai in pericolo, non è mai minacciata, è un modo per diminuire le paure. Ciò non dovrebbe però essere una scusa per non affrontare le paure, liquidando il tutto con espressioni del tipo: tanto è tutto un’illusione, non mi tange. Tutto ciò di cui si ha paura ci tange. Non tange certamente noi Identità Reale, ma concerne sicuramente il Nostro esprimerci, che dobbiamo valorizzare, non negare.

Maturare la consapevolezza significa anche passare dall’aver paura, all’essere consapevoli del pericolo, fino a conoscerSi senza pericolo alcuno. La paura può salvare, fa parte dell’istinto di autoconservazione, ma la Vita Vera è senza paure. Non tendere a ConoscerSi è un pericolo, anche perché l’ignoranza di sé e Sé attira pericoli, anche come moniti evolutivi; metodo del bastone.

La paura e il senso di pericolo non fanno parte di Noi Identità Reale, ma sono elementi del nostro esprimerci, aule di insegnamento, da superare per scoprirCi, in modo ascendente (perché in quanto Identità reale Ci Conosciamo da sempre), senza pericolo alcuno.

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Valorizzare significa illuminare, illuminare significa far emergere significati sempre superiori: la Luce Originale è Valore che si esprime per ricevere Significati.

Valorizzare, illuminare, significareNon dare la giusta importanza significa negare. Non dare la giusta importanza significa reprimere. Dare la giusta importanza significa dare il giusto valore, cioè valorizzare giustamente: portare alla luce. Valorizzare significa illuminare, illuminare significa far emergere significati sempre superiori: la Luce Originale è Valore che si esprime per ricevere Significati. La malattia non va negata, la malattia non va repressa. Voler curare senza comprenderne le cause significa reprimerla, perché ci si ostina a non vederla nel suo complesso. La malattia va valorizzata. Valorizzarla fa parte del processo di guarigione. Valorizzala significa anche carpirne il messaggio, vuole dire comprenderla come portale per maggiori comprensioni.

Il problema va valorizzato, non negato. Negare il problema impedisce di vederlo obiettivamente, anche come indicatore esistenziale: non carpirne il messaggio significa negare il messaggio, anche se apparentemente non intenzionalmente. Il problema è un messaggio, negare il messaggio significa negare il problema. Negare significa non permettere la venuta alla luce del messaggio. Se non consapevolizziamo automaticamente neghiamo. Valorizzare il problema significa anche trovare la soluzione: il problema offre l’opportunità della domanda (che non è un problema), la soluzione è la risposta. Valorizzare il problema esteriore significa anche vederlo come indicazione indicante un blocco, conflitto, interiore.

I conflitti vanno intesi come fenomeni valorizzanti, pertanto è saggio valorizzare i conflitti. I conflitti vanno visti come indicazione che bisogna tendere alla pace. I conflitti possono essere fortemente distruttivi, ma sono comunque evolutivi. Non esiste non evoluzione: non esiste male assoluto, esistono bene diretto e bene indiretto. L’emersione della pace esige evoluzione. Tutto è evoluzione: la pace è destinata ad emergere, perché Stato Originale precedente l’evoluzione. Valorizzare i conflitti significa anche adoperarsi in modo che la pace emerga più velocemente. La pace è assenza di conflitto. Intesa nel senso più profondo del termine, l’assenza di conflitto è la sincronizzazione assoluta delle forze, che rende possibile lo Stato Originale: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Valorizzare la vita significa anche riconoscere i conflitti come strumento evolutivo indicante ciò che è di là dell’evoluzione immanente, Ciò che siamo prima di immanenza e trascendenza: la seconda implica la prima. La lotta è un indicatore che siamo incapaci di essere senza lotta. Dovremmo adoperarci per superare il culto del combattimento, aspetto del culto della violenza.

Non dovremmo mai combattere per qualcosa, ma essere per qualcosa, per qualcosa di positivo, cioè in ottica Umanizzazione. Essere è essere Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine: Essere è Identità Reale. Da ciò emerge il Punto che risolve senza combattere, pur potendo favorire combattimento, che è semplicemente sintomo di incapacità di sincronizzare senza conflitto le forze esistenziali. Gestire veramente è operare senza conflitto: la vera azione scaturisce dall’Essere Pace. Combattere per qualcosa implica il combattere contro qualcosa. Non dovremmo nemmeno batterci per qualcosa: perché dovremmo coltivare il culto della battaglia? Non bastano i morti del passato? Certo siamo Innati, né mortali né immortali, ma possiamo morire, dobbiamo morire, per nascere senza combattimento dobbiamo morire al culto della battaglia, per ConoscerCi senza guerra alcuna, La Verità è senza eroicità: il guaritore lenisce le ferite dell’eroe, ma il Saggio è prima e oltre ogni eroe, guaritore.

Essere per qualcosa è meglio del combattere per qualcosa. Essere per qualcosa è essere per l’Essere Originale: Onnipresenza, Onniscienza, Beatitudine. Essere per l’Essere Originale significa fruire di Sé Cosmo manifesto, per ripristinare le dinamiche esistenziali, affinché emerga lo Stato Originale, senza conflitto alcuno. La via verso la Pace passa attraverso la pacificazione, ma imparare a essere senza conflitto significa essere liberi dalla necessità pacificazione.

Essere contro qualcosa significa automaticamente essere contro aspetti di noi stessi. Grazie alla struttura olografica dell’universo noi conteniamo l’informazione di tutto il resto, come tutto il resto contiene informazioni di noi: questa espressione indica anche la differenza tra Onnipresenza e Essere Tutto; non possiamo Essere Tutto, ma in Realtà Siamo Onnipresenza. Essere contro qualcosa significa farsi male: anche se non siamo tutto, conteniamo la replica di ogni informazione. Accogliere è, chiaro, ben diverso dal contrariare. L’Identità Reale (Onnipresenza, Onniscienza, Beatitudine) è senza contrari, anche perché perfetta integrazione delle diverse forze. Non dobbiamo combattere, come nemmeno negare, le contrarietà, ma scorgerle come parti di noi, in modo da renderne possibile l’emersione in un contesto diverso, quando ci appaiono come aspetti necessari della Danza cosmica atta a farci riconoscere come Spettatore Cosmico, capace di danzare senza conflittualità. In quanto Cosmo Manifesto siamo la risposta al presunto problema della Caduta, che, invece è la soluzione per Essere Libertà con maggior complessità esistenziale.

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Essere Creatori è ben diverso dall’essere creatura e soltanto trascendendoci come creatura possiamo scoprire cosa significa Essere Creatore.

L’arbitrio implica l’azione consapevole, più precisamente sufficientemente consapevole, perché l’inconsapevolezza totale non esiste. Le reazioni sono inconsapevoli, più precisamente mancanti della necessaria consapevolezza. Comprendere la differenza tra azione e reazione è molto importante, anche perché altrimenti si confonde la reazione con l’azione, destinandosi così all’essere mero reagente, negandosi così la realizzazione dell’esigenza fondamentale di divenire sempre miglior agente. Essere Creatori è ben diverso dall’essere creatura e soltanto trascendendoci come creatura possiamo scoprire cosa significa Essere Creatore.

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Conoscere le cause che ci determinano, fino a scoprirci come causa stessa che determina il nostro esprimerci, è un processo fondamentale della nobilitazione dell’arbitrio.

Conoscere le cause che ci determinano, fino a scoprirci come causa stessa che determina il nostro esprimerci, è un processo fondamentale della nobilitazione dell’arbitrio. Certo, esiste una causa superiore a Noi Stessi, cioè Dio. In quanto Volontà (aspetto primo dell’Anima manifesta) siamo però la causa che determina, appunto, la nostra volontà di fare esperienze e comprenderle, in modo da realizzare i principi Sentire e Sapere. Sentendo giustamente e conoscendoci meglio, possiamo cioè comprendere che colui che cercava la causa che ci muove è un’espressione della causa che noi stessi siamo, in quanto aspetto Volontà dell’Anima. In quanto Anime manifeste vogliamo sperimentare e comprendere cosa sperimentiamo, vogliamo cioè fare esperienze coscienti nel limitato per scoprire l’Illimitato. Riconoscere ciò concorre ad aumentare l’efficacia e la qualità del percorso spirituale che siamo, in quanto espressione di Noi Stessi. Mi apro a riconoscere direttamente la volontà di fare esperienze coscienti e comprenderle, è un’affermazione meditativa che può essere di grande aiuto nella Ricerca di Se Stessi, anche come aiuto a comprendere se stessi.

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Riconoscere le vere esigenze e decidere di realizzarle è una funzione fondamentale dell’arbitrio. Riconoscerle le vere esigenze significa comprendere quali sono le priorità, in modo da fare scelte qualitative. Un modo per riconoscere le priorità è porsi le seguenti domande: Di chi sono le priorità? Chi o cosa che ha le priorità?

Fantasticare le proprie vere esigenze è uno dei problemi fondamentali dell’uomo. L’antidoto al fantasticare è conoscere: per stare meglio dobbiamo necessariamente meglio conoscerci. Le esigenze immaginate derivano da insufficiente grado di consapevolezza, che come conseguenza ha l’acquisizione di valori proposti da chi ignora le vere esigenze, come anche da chi le conosce, ma ha convenienza a proporre esigenze artificiali. Riconoscere le vere esigenze e decidere di realizzarle è una funzione fondamentale dell’arbitrio. Riconoscerle le vere esigenze significa comprendere quali sono le priorità, in modo da fare scelte qualitative. Un modo per riconoscere le priorità è porsi le seguenti domande: Di chi sono le priorità? Chi o cosa che ha le priorità? Le priorità sono nostre, a prescindere dal fatto se sono effettive, oppure sono soltanto fantasticate. Chi o cosa siamo noi? Noi siamo essenzialmente evoluzione. In quanto evoluzione la nostra priorità è evolverci. L’evoluzione umana è primariamente evoluzione spirituale, perché il corpo fisico umano ha basilarmente tutto ciò che rende possibile l’evoluzione spirituale. Primariamente si tratta della struttura cerebrale che permette l’operare cosciente, cioè l’operare di un io, direttamente sul piano fisico, inteso essenzialmente come ambito atomico e molecolare. L’uomo ha bisogno di maturare la propria umanità: trascendere l’animalumano in favore del DivinUmano. Per farlo deve sempre meglio conoscere le vere esigenze, passando dall’immaginarsi a conoscersi. Finché siamo succubi di idee sbagliate su noi stessi e sulle vere esigenze, è molto difficile comprendere veramente, anche sentendole, non soltanto pensandole, quali sono le vere esigenze. Per sentire – comprendere le vere esigenze bisogna sentirsi giustamente. Riconoscere veramente le vere esigenze implica l’aumento del grado di consapevolezza, che, a sua volta, è l’esigenza fondamentale. Nutrire le esigenze artificiali impedisce di aumentare il grado di consapevolezza, pertanto di conoscere le vere esigenze. Per superare questo circolo vizioso possono risultare molto utili le seguenti richieste e affermazioni meditative:Chiedo al Bene Assoluto di riconoscere direttamente le vere esigenze.Abbandono al Bene Assoluto le esigenze artificiali.Mi apro a tutto ciò di cui ho Veramente bisogno.

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In verità non trascendiamo la Materia, semplicemente perché Essenzialmente, siamo già oltre la Materia. Non possiamo diventare ciò che non siamo. Possiamo soltanto esprimere i potenziali di Se Stessi attraverso piani esistenziali espressivi inferiori, realizzando la propria presenza, più precisamente l’esprimersi della Presenza che siamo, su tali piani.

La vita umana è un rapportarsi tra l’opportunità di libertà data dallo spirito, perché lo Spirito è Libertà, e le limitazioni della Materia, che è comunque prigionia rispetto allo Spirito; anche in carcere possiamo comunque fruire bene del tempo, per esempio studiando. Materia non intesa solamente come ambito atomico e molecolare. La Materia Basilare è l’inerzia primaria, vale a dire il fenomeno che deriva dallo Spirito, rendendo possibile la distinzione in Spirito e Materia. Limitazioni che possono essere intese come coercizione oppure come opportunità espressiva. L’elemento spirituale dona cioè la possibilità di trascendere la materia. L’elemento spirituale umano esiste su un piano superiore rispetto alla materialità, altrimenti non ci potrebbe essere trascendimento della materia. In verità non trascendiamo la Materia, semplicemente perché Essenzialmente, siamo già oltre la Materia. Non possiamo diventare ciò che non siamo. Possiamo soltanto esprimere i potenziali di Se Stessi attraverso piani esistenziali espressivi inferiori, realizzando la propria presenza, più precisamente l’esprimersi della Presenza che siamo, su tali piani. Si tratta anche della base del processo di trascendimento: aver trasceso un livello significa, primariamente, essere continuità di consapevolezza su un piano esistenziale superiore. Primariamente, perché possiamo essere continuità di consapevolezza su un dato piano esistenziale senza necessariamente essere particolarmente attivi su piani esistenziali inferiori. Il passaggio successivo, non indispensabile ad alcuni, ma di fondamentale importanza per altri, è partecipare attivamente alla vita dei piani esistenziali inferiori, portandovi la consapevolezza del piano esistenziale-coscienziale “raggiunto”, rendendoli così’ piani esistenziali superiori: dove c’è luce è luce, a prescindere si tratti del giardino, della camera da letto, dell’ufficio oppure del garage. Il trascendimento secondario, integrale, può essere inteso come illuminazione dei piani esistenziali su cui prima si operava come ombra nell’ombra, in modo che si possa operare sugli stessi piani come Luce. Così come l’elemento spirituale dona la possibilità di trascendere la materia, la materia dona allo Spirito la possibilità di diversificare la propria presenza sui vari piani esistenziali, in modo che lo Spirito, più precisamente il Suo esprimersi, possa governare la materialità di un determinato piano esistenziale. Riflettiamo su questo quando fantastichiamo che il corpo fisico e l’intera Manifestazione – Materialità, siano un peso da sopportare: la gravità va superata consapevolmente, in modo che ogni aspetto della vita sia Luce – Beatitudine.

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Il condizionamento massimo, più sottile, è l’Incondizionato (Dio, Origine), anche perché esiste a prescindere da tutto il resto, che è una sua espressione. Inoltre, l’Incondizionato detta le condizioni per tutto il resto dell’esistenza: determina cioè il proprio esprimersi.

La sensazione di libertà non è la Libertà (di per Sé): la Libertà è senza sensazione di libertà. La sensazione di libertà deriva dalla liberazione da limiti, si basa su limitazioni trascese. La Libertà, invece, è perennemente esente da limiti: in questo senso è Libertà senza alcuna sensazione di libertà, che in verità è una conseguenza della sensazione di liberazione. Il Soggetto senza oggetto non conosce oggetto: la Libertà non è maggior libertà da qualcosa, è Libertà senza diversità da Sé, è: Esistenza Totale, Conoscenza Totale, Beatitudine Immanifesta. La sensazione di libertà può derivare dall’inconsapevolezza riguardo la necessità derivante dalle leggi che ci governano. L’assuefazione a tali condizionamenti quasi li rende quasi impercettibili. In generale l’uomo è consapevole soltanto dei condizionamenti maggiori, mentre non nota quelli minori, più sottili. Quando aumentano le leggi a cui sottostiamo, scorgiamo di essere maggiormente schiavi, cioè meno liberi. D’altro canto, elevando il grado di consapevolezza, diminuiscono le leggi a cui sottostiamo e questo permette di essere consapevoli della limitatezza dei piani esistenziali inferiori. Limitatezza conosciuta prima soltanto molto parzialmente. L’aumento del grado di consapevolezza è cioè l’unica via per essere più liberi, ovvero per rappresentare un maggior grado di libertà, più precisamente un minor grado di coercizione. Bisogna infatti considerare che la Libertà è senza gradi. Il condizionamento massimo, più sottile, è l’Incondizionato (Dio, Origine), anche perché esiste a prescindere da tutto il resto, che è una sua espressione. Inoltre, l’Incondizionato detta le condizioni per tutto il resto dell’esistenza: determina cioè il proprio esprimersi.

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L’osservazione dei pensieri vera e propria esige il vuoto mentale, nel senso che si è consapevoli dei pensieri proprio dallo stato in cui essi si formano, che implica anche la consapevolezza dell’intervallo tra due pensieri.

L’osservazione di un pensiero avviene sempre con un ritardo rispetto alla formazione del pensiero stesso. Tale ritardo è determinato primariamente dal grado di consapevolezza in atto durante l’osservazione. L’osservazione dei pensieri vera e propria esige il vuoto mentale, nel senso che si è consapevoli dei pensieri proprio dallo stato in cui essi si formano, che implica anche la consapevolezza dell’intervallo tra due pensieri. Inteso come assenza di pensiero, il vuoto mentale indica l’assenza di pensieri, anche quando si tratta di un periodo breve di tale assenza. Esistono però vari gradi di consapevolezza oltre il vuoto mentale basilare. Di là del Pensatore ci sono cioè ulteriori gradi di consapevolezza. Un determinato ritardo nell’essere consapevoli di un determinato pensiero è fisiologico, perché osservare i pensieri significa esserne consapevoli, il che implica la constatazione riguardante un pensiero, la quale è una specie di micro pensiero. Così come soltanto attraverso la mano possiamo afferrare la mano altrui, e con questo percepirla i (più precisamente generare in noi l’esperienza: sto tenendo la mano altrui), così soltanto attraverso il pensiero possiamo “afferrare” un pensiero sia proprio che altrui. Non possiamo, per esempio, leggere un libro soltanto osservandolo, ma dobbiamo tradurre ciò che è scritto in pensieri nostri; questa è ciò che significa: leggere. Osservazione e pensare sono, ovviamente, due attività diverse. Non potendo avere due pensieri contemporaneamente, osservare-constatare un pensiero significa constatare la traccia del significato che abbiamo espresso, in pratica un significato già avvenuto. Essere consapevoli dei propri pensieri significa anche costatare i significati che stiamo producendo. In un certo senso, possiamo constatare un “quanto” di pensiero alla volta: in questo senso, osservare i pensieri significa constatare lo svolgersi della successione di quanti del pensiero. Se vogliamo ragionare in modo consapevole, dobbiamo necessariamente pensare a una velocità tale da poter osservare-constare i pensieri, riconoscendone il significato, ovvero i significati. Questo non riguarda chiaramente i pensieri meccanici, quando non c’è vero e proprio pensare, ma c’è mera produzione di concetti stampati da matrici concettuali esistenti. Tali matrici esistono anche per ciò che concerne il pensare consapevole, ma in questo caso si è consapevoli dei significati già acquisiti e come essi si esprimono attraverso il pensare in atto. Pensare consapevolmente significa anche tendere a far significare giustamente: dobbiamo tendere a rendere il nostro pensare il più significativo possibile, per dare il massimo valore possibile alla nostra vita, ovvero alla vita che, anche, siamo. Chi conosce vari stati di coscienza, sa che maggiore è lo stato di coscienza, più può essere veloce l’elaborazione dei pensieri. Tale maggior capacità di elaborazione concorre anche a poter decidere consapevolmente di interrompere il flusso dei pensieri, perché la velocità elaborativa permette di centrarsi sull’intervallo tra due pensieri e prolungare l’intervallo a piacimento. A un maggior grado di consapevolezza equivale quindi automaticamente un più elevato grado di elaborazione dei dati, quindi capacità di osservare i pensieri, ma anche il pensare. Questo si può spiegare anche nel modo seguente. Ciò che nell’ordinario stato di veglia avviene, diciamo così, generalizzando, in un giorno, in un determinato stato di consapevolezza, cioè su un piano esistenziale più elevato, avviene in un attimo, è l’attimo stesso. La continuità di coscienza su un determinato grado coscienziale-esistenziale implica la capacità di elaborare opportunamente il flusso di dati indispensabile affinché, appunto, sia possibile la continuità di coscienza sul piano esistenziale in questione; anche per questo è più facile mantenere un determinato di grado di consapevolezza meditando, piuttosto che durante le attività quotidiane.

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Per comprendere di più, ma soprattutto meglio, bisogna aumentare l’obiettività, trascendendo il rapporto finito – infinito, trascendendosi per rapportarsi verso il finito come Soggetto infinito, anche perché superata la dualità soggetto – oggetto.

La comprensione è di per sé soggettiva: la qualità del soggetto determina necessariamente la qualità del comprendere. I simboli sono soltanto forme per chi non sa interpretarli, donargli significato: per far significare veramente la vita bisogna nutrirla con significati profondi, non con simboli per lo più incompresi. Per comprendere di più, ma soprattutto meglio, bisogna aumentare l’obiettività, trascendendo il rapporto finito – infinito, trascendendosi per rapportarsi verso il finito come Soggetto infinito, anche perché superata la dualità soggetto – oggetto: l’Oceano constata le onde come parti di sé. Comprendere di più significa contenere di più, ma anche, soprattutto, meglio: anche dando significati maggiori alla quantità nozionistica, consapevoli che non può in nessun caso sostituire la qualità, ma può essere funzionale a maggior qualità. La sintesi della quantità nozionistica è un passaggio fondamentale verso maggior comprensione. Per meglio comprendere dobbiamo aumentare le capacità conoscitive, anche liberandoci dai pregiudizi, trascendendo ciò che sappiamo, che è sempre meno e peggio di ciò che possiamo conoscere, conoscendo meglio, soprattutto meglio conoscendoci. Scoprire che meglio sentire è un fattore determinante per meglio comprendere, è un passaggio che dovrebbe essere obbligato per chi immagina di poter veramente comprendere senza veramente sentire; non soltanto nel senso di non udire le parole: sentire le parole significa donargli giusto significato, tra cui c’è il significarle come base per maggior-miglior comprendere. Sentirsi integralmente aiuta a liberare il pensare dalla propria parzialità. Sentire qualitativamente amplia la qualità dell’osservare, che è determinante per meglio definire, anche a parità di mezzi concettuali.

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Viva la creatività.Viva l’autenticità.Viva la Felicità.Viva la Vita Viva.

Più gli esseri umani sono uniformati interiormente più sono condizionati in modo uguale dalle stesse cause esterne, anche per questo il più delle volte la creatività è vista come problema per le istituzioni. Chi vuole condizionare gli esseri umani per farli a propria immagine e somiglianza, ha interesse a indottrinarli in modo che reagiscano in modo pressoché uguale agli stessi stimoli. Il mondo odierno offre molti esempi di ciò, che non sono certamente casuali, non soltanto perché il caso non esiste. Si tratta di una programmazione atta a valorizzare i valori artificiali proposti da chi ritiene conveniente sfruttare l’umanità, allontanandola dall’essere risorsa per se stessa e il cosmo intero. Si tratta di un processo disumanizzante presente sempre più prepotentemente. Favorire la disumanizzazione significa allontanare l’uomo da Dio, ovvero allontanare l’uomo da Se Stesso, nel senso che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Dio ha donato immensa potenzialità di diversificazione all’essere umano, in modo che ciascuno possa essere percorso individualizzante enorme all’essere umano. Orientare l’essere umano in direzione opposta, cioè verso l’uniformazione, è un’attività demoniaca. Il concetto di uniformazione può essere inteso anche come informazione unica. Viva la creatività.Viva l’autenticità.Viva la Felicità.Viva la Vita Viva.

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