Il karma è un nostro alleato, noi siamo anche il nostro karma stesso: dobbiamo allearci massimamente con noi, tendendo a riconoscere l’Identità Reale, che è senza karma,

Spesso si sente dire di karma positivo o di karma negativo. Il karma non è però mai negativo a priori. Si pensa che sia negativo anche perché si associa il piacevole al positivo e lo spiacevole al negativo. Il karma è la legge che tramanda significati rettificanti. Noi abbiamo la possibilità di affrontare il karma in due modi essenzialmente. Proponendo il metodo della carota, cioè della consapevolizzazione, oppure subendo il metodo del bastone, che si manifesta perché invece di affrontare e risolvere consapevolmente la questione, la si subisce perché degenerati da ignoranza, paure, avidità e altri elementi che impediscono di vedere, perché non vediamo direttamente, ma elaboriamo influenzati da traumi del passato. Tenere il volante in mano è ben diverso dal viaggiare come ruota di scorta. L’attività è ben altra cosa della reattività: agire è ben altro dal reagire, ma soltanto chi agisce può vedere chi reagisce. Chi reagisce pensa di agire, di essere l’agente, mentre è il subente, anche perché subisce la proiezione, che è ben altra cosa dalla visione. I traumi sono situazioni irrisolte e il karma indica, con le belle o con le brutte, proprio ciò che va risolto. Il karma è un nostro alleato, noi siamo anche il nostro karma stesso: dobbiamo allearci massimamente con noi, tendendo a riconoscere l’Identità Reale, che è senza karma, in modo da illuminare il meglio possibile l’identità immaginata, che essenzialmente è il karma stesso: liberi dall’identità immaginata, perché agenti con la consapevolezza dell’Identità Reale, siamo Libertà, ben altra cosa rispetto al karma, che è coercizione.     

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Essere nulla? L’affermazione di essere il nulla è questione di irresponsabilità, ancora maggiore se tale concetto è associato alla verità, semplicemente perché il nulla non esiste.

Essere il nulla, è il termine che alcuni usano per definire un determinato stato esistenziale-coscienziale. Alcuni tra essi lo associano allo stato di Verità. In questo contesto, affermare di essere il nulla, è una forma di irresponsabilità di tipo spirituale. Non irresponsabilità spirituale, bensì irresponsabilità di tipo spirituale. In quanto percorso responsabilizzante la spiritualità non può essere additata di irresponsabilità: ciò che fa trascendere l’irresponsabilità non può essere questione di irresponsabilità. L’affermazione di essere il nulla è questione di irresponsabilità, ancora maggiore se tale concetto è associato alla verità, semplicemente perché il nulla non esiste. L’ £esistenza del nulla£ sarebbe comunque un’esistenza e un’esistenza non può essere il nulla. Il nulla non esiste, se non come concetto, semplicemente perché esiste eternamente il tutto. Il nulla è l’impossibilità assoluta, così come il tutto è la necessità assoluta. Affermare: sono il nulla, significa pertanto mentire, cioè fuorviare, il che è certamente un comportamento irresponsabile. Certo, quando l’espressione: sono il nulla, deriva direttamente dal massimo grado coscienziale, in cui apparentemente non c’è nulla, favorisce potente umanizzazione, ma rimane la macchia dell’aver espresso un’inesattezza, pertanto una menzogna. Tra l’altro, se il singolo avesse sperimentato il nulla (questa è chiaramente una mera ipotesi concettuale: non possiamo sperimentare ciò che non c’è), non potrebbe nemmeno sapere di averlo sperimentato: per essere nulla dovremmo sperimentare il nulla, perciò non esserci, pertanto sarebbe impossibile affermare di essere il nulla. Affermare di essere nulla significa affermare: non ci sono, o perlomeno non c’ero (nel senso di: in quello stato ero nulla, cioè: quello stato è il nulla).Il concetto: essere il nulla, può favorire l’idea assurda di voler essere nulla, che è un qualcosa di irrealizzabile. Per essere nulla dovremmo divenire nulla, cioè passare da essere qualcosa a essere nulla, che significa essere diventati altro da sé il che è impossibile. Affermare l’esistenza del nulla significa fomentare il nichilismo, che è la ragione basilare dei problemi dell’umanità. Il nichilismo è la via della disumanizzazione, mentre l’umanizzazione è responsabilizzazione. Il nichilismo è l’astrazione suprema, semplicemente perché intendendo possibile che il qualcosa nasca dal nulla e ritorni a essere nulla, afferma la massima contradizione possibile: cioè che il qualcosa è un passaggio del nulla. E una vita basata sull’astrazione non può certamente essere reale: Viva Vita. Se chi durante lo stato, chiamiamolo così: Assoluto, esprime spontaneamente la constatazione: sono il nulla, significa che vuole indicare che l’Assoluto è il nulla. Tra l’altro. se l’Assoluto fosse il nulla non ci sarebbero né questo libro, né chi lo sta leggendo. Come potrebbe esserci manifestazione di ciò che è nulla? Un qualcosa non può derivare dal nulla, anche, soprattutto, perché il nulla non esiste. Chi, scriviamo così, dallo stato Assoluto afferma: sono il nulla, perché non rileva i processi più sottili dello spazio (in processi più sottili dello spazio sono le vibrazioni originali), dovrebbe essere almeno tanto saggio da dedurre: sto constatando perlomeno me che sta constatando che non c’è nulla oltre a me (il che non è comunque una costatazione veritiera). Certo, potremmo dire che l’affermazione: sono nulla, avviene dopo che è terminata la cosiddetta esperienza del nulla (che essendo un’esperienza non può essere il nulla; non si tratta nemmeno dell’esperienza del nulla, perché in quanto inesistente il nulla non può essere sperimentato). Si potrebbe dire: terminata l’esperienza del nulla, il singolo può affermare di essere stato il nulla. Ma se il singolo è stato il nulla, non può essere poi qualcosa, come non poteva esserlo prima di essere nulla. Se veramente avesse fatto l’esperienza del nulla, sarebbe stato comunque qualcosa. Il fatto è che non riconoscendo più i piani più grossolani della totalità può sembrare che sia apparso il nulla; ma come potrebbe apparire ciò che non c’è? I livelli esistenziali più sottili possono sembrare essere il nulla, ma certamente non lo sono. andreapangos.it

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La storia del pastore e delle pecore, è una metafora del rapporto tra il criceto e chi lo ha messo in gabbia.

Per chi vuole essere una persona migliore, la società irresponsabile rappresenta però anche un aiuto, nel senso che è un messaggio molto importante su come non si vuole essere. I conflitti dovrebbero indicarci il bisogno di pace, l’odio dovrebbe stimolarvi a maturare la capacità di amare, l’egoismo dovrebbe aiutarci a volgere sempre più verso l’altruismo, le azioni reattive dovrebbero indicarci il bisogno di azioni consapevoli, il buonismo andrebbe visto come segno che c’è bisogno di Bontà, ben altra cosa dal buonismo.Attenzione, certe modalità della società possono sembrare molto umanizzanti, ma va considerato che se non si supera il mero pensiero riflesso, la vita ombra, se cioè non ci si adopera potentemente per l’umanizzazione, anche le iniziative umanitarie sono essenzialmente modalità circolatorie da criceto, passibili di forte manipolazione e soggette all’inquinamento dell’interesse personale: la storia del pastore e delle pecore, è una metafora del rapporta tra il criceto e chi lo ha messo in gabbia. Non tutti sono bravi a parole, ma a quanto fatti soltanto alcuni sanno il fatto loro. Chi subisce confonde facilmente il subire con fare: l’ombra della caverna sembra la massima luce possibile a chi non è mai uscito dalla prigione dell’irrazionalità scambiata per razionalità Va sempre considerato che: iniziativa umanitaria non è sinonimo di iniziativa umanizzante. Tra l’altro, la prima è in genere collettiva, mentre la seconda è sempre iniziativa individuale, il che non significa che per risonanza non favorisca un’azione collettiva. Anzi, tutto ciò che di bene facciamo è automaticamente dono per l’umanità. Il fatto che l’umanità non sappia cosa farsene oggi, non significa che le nostre buone azioni (azioni umanizzanti) odierne non siano il seme di un fruttare collettivo nell’avvenire, come anche uno stimolo importante per i singoli che voglio essere esseri umani migliori.

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le onde non possono arrestare il mare la discesa fermare il fiume l’ombra annientare la luce non rimane che abbandonarsi a Dio

la discesa fermare il fiume

l’ombra annientare la luce

la discesa fermare il fiume

l’ombra annientare la luce

non rimane che abbandonarsi a Dio

Tratto dalla mia raccolta di poesie: Zero a Zero – non dualità in versi (2019) acquistabile su Amazon.

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Ogni pensiero è un seme, pensando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

L’idea di rinunciare a tutto è un tranello concettuale che può facilmente potentemente ostacolare l’umanizzazione, ma anche, come si dice in genere: per rovinare la propria e altrui vita.

L’idea di rinunciare a tutto può essere anche un sintomo della sincerità della ricerca, nel senso che attraverso la stessa, il ricercatore può esprimere la sua abnegazione. Intesa nel senso più profondo del fenomeno, la sincerità dovrebbe però implicare la verità. Essere sinceri con falsità è una specie di ossimoro.

L’idea che possiamo rinunciare a tutto è autonegante: nega se stessa. Significa che si tratta di falsità. La spiegazione che segue potrebbe sembrare astrazione rispetto alla concretezza che, talvolta, viene espressa con l’idea: rinuncio a tutto. Consideriamo però che tale affermazione può risultare limitante, ostacolante l’umanizzazione, soprattutto quando si tratta di una decisione ferma, espressa con sentimento.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché il pensare: rinuncio a tutto, implica la rinuncia allo stesso pensare in atto: rinuncio a tutto. Implica, inoltre, il rinunciare alle conseguenze prodotte dall’aver affermato, una o più volte: rinuncio a tutto, il che è impossibile, semplicemente perché le conseguenze sono una necessità, a prescindere dalla nostra volontà. Pensare di non raccogliere ciò che si semina significa immaginare di neutralizzare la legge di causa ed effetto. Si tratta un aspetto specifico del delirio di onnipotenza.    

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto significa non rinunciare a tutto, perché affermando ciò non si rinuncia all’idea di rinunciare a tutto, perché il tutto implica anche ogni di idea di rinuncia.

Pensare rinuncio a tutto, significa anche pensare: rinuncio a tutte le intenzioni di rinunciare, quindi anche a eventuali ripensamenti, che porterebbero ad affermare: ho superato l’idea di rinunciare a tutto.

Voler rinunciare a tutto non riflette un bisogno. Semplicemente, perché i bisogni implicano possibilità realizzabili, perlomeno parzialmente, oppure almeno ipoteticamente possibili. Voler rinunciare a tutto è invece un pseudo tendere all’impossibile: è impossibile tendere all’impossibile. Voler rinunciare a tutto vuole dire volere l’impossibile.  

Siccome ogni pensiero-parola è un seme, pensando-affermando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

Pensare: rinuncio a tutto significa negare se stessi, non soltanto il proprio esprimersi. Affermare: rinuncio a tutto, significa anche affermare: rinuncio, d’ora in poi, all’esprimere l’idea di rinunciare a tutto.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché ciò significherebbe rinunciare anche a noi stessi, il che è impossibile.

Considerando, la verità, che in quanto Identità Reale siamo eterni, non possiamo mai rinunciare a noi stessi: ogni negazione dell’esistenza è affermazione della stessa. L’eternità è questione di irrinunciabilità.

Se consideriamo, invece, il corpo fisico come sé reale (identificazione con il corpo fisico: non considerare il corpo fisico come un aspetto del Nostro esprimerci, Nostro in quanto Identità Reale), allora l’idea di rinunciare a tutto comporterebbe anche l’idea di rinunciare al corpo fisico. Si tratterebbe di eutanasia, oppure autoeutanasia, o perlomeno del viatico verso l’eutanasia autoassistita. L’eutanasia mal autoassistita non è peraltro una rarità. Anzi, è un modo di definire anche il suicidio a lungo termine, reso possibile dall’incapacità di vivere veramente, dettata dall’essere solo apparentemente nati. Non nel senso dell’essere consapevoli che, in Realtà, siamo innati, ma nel senso che non si favorisce la fioritura del seme offerto dalla nascita del corpo fisico, pertanto anche sella struttura psichica. La vita vera esige umanizzazione come viatico alla Vita Reale, attraverso la Risurrezione.    

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare a Dio, che è proprio il soggetto per cui molti vorrebbero realizzare la missione impossibile di rinunciare a tutto.

Cosa significa voler rinunciare a Dio quando Dio è Tutto? Espresso diversamente: cosa vuole dire: voglio rinunciare a tutto, quando come Dio si intende la Persona Suprema, cioè l’Origine di tutto il resto, cioè Origine del Proprio esprimersi. Intendendo Dio come Persona Suprema, tranne Dio Persona Suprema, tutto è espressione di Dio Persona Suprema.

È bene considerare anche che l’umanizzazione non è questione di esclusione, ma di integrazione. Non è quindi questione di rinunciare veramente a qualcosa, ma di fruire di tutto (incluso Dio e noi stessi) in modo umanizzante, cioè integrante. L’idea di rinunciare può facilmente favorire la repressione, mentre uno dei processi fondamentali dell’umanizzazione è l’emersione. La repressione può portare a eversione interiore, cioè alla distruzione di, almeno parte, di ciò che già abbiamo realizzato positivamente.

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. Anzi, significa anche rinunciare a rinunciare al bene, all’umanizzazione e a tutto. Più precisamente, essendo impossibile rinunciare a tutto:  voler rinunciare a tutto significa voler anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. R

Voler rinunciare al voler rinunciare al voler rinunciare…. è il circolo vizioso concettuale, che ben rappresenta il circolo vizioso in cui incappa chi è posseduto dall’idea di voler rinunciare a tutto, perché magari posseduto dall’idea che bisogna rinunciare a tutto, forse perché non consapevole del fatto che rinunciare a tutto è una missione impossibile anche per Dio stesso.

Possiamo forse rinunciare al fatto di essere figli biologici dei nostri genitori biologici?

 Possiamo forse rinunciare all’aria, all’acqua, al cibo? Anche nutrendosi di prana, si tratterebbe pur sempre di cibo.

In quanto entità noi dipendiamo, primariamente da Dio, poi dal nostro ambiente. Il cosmo intero è una catena alimentare.

Voler rinunciare a tutto è un’assurdità. Certo, in generale, chi dice semplicemente:  voglio rinunciare a tutto, non riflette nel modo suddetto. La menzogna però rimane tale, il mentirsi esiste a prescindere dalle “buone” intenzioni, che per essere veramente buone devono basarsi sulla verità. La struttura delle menzogne è molto abile a infiltrarsi nel mondo delle intenzioni solo apparentemente buone.

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto: Oh, che sollievo!

Preferisco fruire in modo direttamente umanizzante di tutto, cioè anche del fruire stesso Profumo di verità.

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Dobbiamo costruire ponti verso luce sempre superiore, soprattutto per riconoscerci come Esseri di Luce Originale abitanti l’Origine, di là della distinzione in Spirito – Natura. Illuminarci meglio per illuminarci-illuminare meglio, anche per meglio vedere, è un aspetto fondamentale dell’umanizzazione.

Evitare forzatamente e una forma di attaccamento. Dover evitare significa essere costretti. La costrizione è antitetica alla liberazione, a meno che non venga vista come opportunità da affrontare per far emergere maggior grado di consapevolezza.

Escludere è una forma di attaccamento. Dover escludere significa subire la necessità di escludere. In quanto struttura, anche, olografica, conteniamo l’informazione di tutto il resto, siamo cioè anche tutto il resto, ovvero anche una replica di tutto il resto. Escludere qualcosa significa escludere parti di se stessi. Escludere significa impedirsi di vedere sempre meglio e senza meglio vedere non possiamo ambire a maggior comprensione. Comprendere significa anche comprendere che comprendiamo tutte le informazioni cosmiche, che siamo, anche, un contenitore individualizzato, pertanto individualizzante, di informazioni riguardanti il cosmo intero.  Non possiamo veramente escludere, ma possiamo essere schiavi dell’ignoranza dettante la convinzione che possiamo escludere.    

La via diretta consiste di integrazione, non disintegrazione. Costruire ponti è ben diverso dall’evitare di costruirli, oppure dal minarli. Certo, costruire ponti per il nocivo è controproducente, ma ignorare il male, oppure volerlo evitare a tutti i costi, lo rafforza: siamo sempre in compagnia della nostra ombra, ovvero dell’ombra che anche siamo.   Bisogna perciò costruire ponti verso luce sempre superiore, soprattutto per riconoscerci come Esseri di Luce Originale abitanti l’Origine, di là della distinzione in Spirito – Natura. Illuminarci meglio per illuminarci-illuminare meglio, anche per meglio vedere, è un aspetto fondamentale dell’umanizzazione.

Non dobbiamo frequentare tutti, anche perché noi possiamo frequentare tutti. In un certo senso possiamo però frequentare tutti. Per arrivare a ciò dobbiamo frequentarci bene, umanizzandoci direttamente, in modo da par emergere lo Stato Originale, caratterizzato da  Onnipresenza, Onniscienza e Beatitudine. Essere Beatitudine significa essere Eccellente Compagnia.   

In quanto identità integrale non escludiamo nulla. I demoni non cessano di esistere nemmeno per l’Illuminato, ma non lo tangono, perché nella Luce Originale non v’è possibilità di ombra, caratteristica per il Cosmo Naturale (Manifesto),  ben diverso dal Cosmo Originale (Immanifesto).  Possiamo anche decidere (anzi: dobbiamo decidere, fermamente!) di non frequentare i demoni. Non è però detto che essi decidano di non frequentare noi. Anzi, elevandosi, si eleva anche il rischio di essere prede prelibati dei demoni più sottili, perfidi, potenti. In verità si tratta della verifica se siamo tentati più dall’inferiore oppure dal superiore. Non esiste male assoluto, ma soltanto Bene Assoluto e  diversi gradi di bene relativo.

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Il lasciarsi andare non è questione di fatalismo, anzi: è uno degli antidoti per neutralizzare il fatalismo. Fatalismo è subire l’inconsapevolezza, più precisamente: subire le conseguenze della mancanza del grado di consapevolezza necessario per affrontare giustamente la situazione

I blocchi, cioè gli ostacoli vanno intesi come insegnanti, non come avversari, oppure, ancora peggio: come nemici.

Gli ostacoli sono anche nostri collaboratori, nel senso che sono indicazioni da intendere come suggerimento a essere migliori collaboratori di se stessi, essendo migliori fautori di umanizzazione.

Gli ostacoli non vanno combattuti. Non vanno nemmeno ignorati, oppure repressi. Lasciar andare non significa ignorare.   

Lasciar andare significa superare, non lasciarsi andare alla deriva. Più precisamente non si tratta di lasciarsi andare alla deriva, ma subire l’ “andare” alla deriva. Andare è virgolettato, perché l’andare implica volere, mentre in questo caso si tratta di subire la direzione. Il lasciar andare porta al porto sicuro di un maggior grado di consapevolezza. Lasciar andare esige il grado minimo di consapevolezza necessario per far emergere stati di consapevolezza superiori, cioè il riconoscersi su piani esistenziali superiori. Ricordiamoci: il pilota automatico del Superiore è ben altra cosa del pilota meccanico dell’inferiore.

Gli ostacoli vanno affrontati consapevolmente, che significa anche superare, oppure: aver superato, la reattività-meccanicità che generalmente inducono. Essere maggiormente consapevoli, più precisamente: essere maggior grado di consapevolezza, significa anche: determinare positivamente invece di subire negativamente. Essere ricettivi significa anche determinare giustamente se stessi, in modo da essere fecondati dall’umanizzante.    

Il lasciarsi andare non è questione di fatalismo, anzi: è uno degli antidoti per neutralizzare il fatalismo. Fatalismo è subire l’inconsapevolezza, più precisamente: subire le conseguenze della mancanza del grado di consapevolezza necessario per affrontare giustamente la situazione. Situazione che, anche se appare come esteriore, è essenzialmente una questione interiore.

L’assenza del necessario grado di consapevolezza è una situazione molto grave. La patologia cronica più diffusa è la mancanza di umanizzazione diretta. Diretta, perché non esiste non umanizzazione, ogni processo fa parte dell’insegnamento: abbiamo perciò umanizzazione diretta e umanizzazione indiretta.   

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La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

Cosa vogliamo imparare? Oppure: cosa dobbiamo imparare? Fino a un certo grado di consapevolezza l’arbitrio è questione di concettualità, non di vera e propria scelta. La coercizione può sembrare scelta, ma non lo è: ciò è chiaro quando osserviamo consapevolmente ciò che siamo stati. Consapevolmente, nel senso di vederci. Vederci, nel senso di veder osservare perlomeno se stessi in quanto struttura psicofisica. VederSi Veramente, esige, invece, la Consapevolezza Integrale: Essere Consapevolezza integrale.   

Alcuni interpretano l’afflizione come punizione divina. Altri, invece, la identificano con il sacrificio, interpretandola come servizio a Dio, anche nel senso: più soffro, più sono spirituale. Oppure, merito di soffrire, perché sono un peccatore e soffrire espia i miei peccati. Chi la pensa così, dovrebbe tenere presente che Dio, inteso come Persona Suprema, è anche Beatitudine. Quando si parla di sacrificio, inteso come offerta a Dio, bisogna chiedersi: quale Dio sto servendo. Dio, inteso come Persona Suprema, è unicamente Uno. Ci sono però anche entità che vengono intese come Dio. Consideriamo che molte entità si nutrono proprio di sofferenza umana. Per trovarle non serve andare chissà dove, su chissà quale piano astrale, basta incontrare qualcuno che gode della sofferenza altrui, che è anche, non soltanto, la personificazione di tali entità.

A causa di convinzioni non direttamente in linea con le vere esigenze dell’essere umano, sofferenza e sacrificio trovano un punto in comune. Un punto in comune, è però soltanto un modo di dire. Non ci sono veri e propri punti in comune, ogni punto è a sé; tra l’altro: non ci sono punti non veri e propri. In questo caso però, la soluzione risiede nella linea e non nel punto.     Esiste però una specie di linea che accomuna sofferenza e sacrificio. Nel nostro casol la soluzione sta nella linea, non nel punto. Si tratta della linea che emerge utilizzando, in modo umanizzante, i concetti di sofferenza e di sacrificio. È la linea dettata, anche, dalla comprensione di questi due concetti come sinonimi. Ciò accade quando consideriamo l’effettivo significato di sacrificio, che è rendere sacro. Rendersi sacri significa umanizzarsi, che implica afflizione umanizzante, conseguente a purificazione e consapevolizzazione. Iniziare a sacrificarsi significa anche essere passati dalla sofferenza degenerante che si perpetua meccanicamente, alla sofferenza umanizzante che è un sintomo della liberazione della meccanicità, che è, anche, il processo verso l’emersione dell’Amare e della Beatitudine.

  

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Aiutati che Dio di Aiuta. Non affrontando giustamente gli ostacoli, siamo noi stessi ostacolo per noi stessi.

Gli stessi eventi che per alcuni sono causa di abbattimento, per altri possono essere ragione di profonda umanizzazione. Così pure, alcuni fruiscono in modo veramente minimo di influssi altamente positivi, mentre altri ne traggono enorme vantaggio. Se non siamo capaci di fruirne, anche l’influsso massimamente positivo non può esserci di aiuto. È un po’ come cercare di riempire una bottiglia immergendola in un fiume, ma con il tappo ben avvitato, oppure, ancora peggio: tenere la stessa bottiglia bel lontana dall’acqua. Considerando ciò, possiamo meglio comprendere l’enorme importanza dell’aumentare la qualità dell’arbitrio, anche per attirare influssi migliori e meglio fruirne.

         Non affrontando giustamente gli ostacoli, siamo noi stessi ostacolo per noi stessi, quindi parte del male (bene indiretto) stesso.  Così pure, non fruire giustamente di eventi favorevoli significa farsi male, negandosi il bene.  Senza il giusto approccio interiore non possiamo, in genere, superare, giustamente, nemmeno gli ostacoli minori. Approcciandosi giustamente, cioè in modo umanizzante, a noi stessi, facciamo, invece, valere la massima: aiutati che Dio di Aiuta, favorendo, spesso, soluzioni generalmente inconcepibili.

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Cos’è lo Spirito? Utilizzare parole, senza però ben sapere cosa esse significano, vuole dire esprimere ignoranza. In pratica significa essere usati dalle parole, immaginando di star usandole.

Utilizzare parole, senza però ben sapere cosa esse significano, vuole dire esprimere ignoranza. In pratica significa essere usati dalle parole, immaginando di star usandole. Non siamo noi a fruire dell’ignoranza, è l’ignoranza a fruire di noi. Ignorare significa anche subire.

Uno dei termini più usati nella terminologia di alcuni, non certamente tutti, gli insegnamenti spirituali, è la parola Spirito. In quanto ricercatori spirituali dovremmo avere le idee chiare riguardo a ciò che intendiamo con i concetti: spiritualità, pratica spirituale, ricercatore spirituale, percorso spirituale. Per avere idee chiare su queste espressioni, è necessario sapere chiaramente cosa si intende con la parola: Spirito.  

Sulla strada della chiarezza concettuale, è molto utile chiedersi: Cosa intendo con la parola Spirito?, A cosa mi riferisco la parola Spirito?, So esattamente a cosa penso dicendo Spirito, oppure utilizzo questa parola senza essermi spiegato-spiegata bene, cosa intendo con essa?  Dove si trova e che funzione ha ciò che intendo quando dico, scrivo: Spirito? So spiegarmi a fondo qual è la posizione dello Spirito (più precisamente: di ciò che intendo come Spirito) nell’ambito della Totalità? So come si è formato lo Spirito, oppure esiste da sempre? So associare giustamente la parola Spirito, ai concetti usati da insegnamenti spirituali, che non utilizzano la parola Spirito?

L’espressione: Spirito, è usata dai diversi insegnamenti spirituali, per indicare diversi aspetti della Totalità, ovvero della struttura identitaria umana. La parola: spirito, viene da taluni insegnamenti usata per ciò che altri definiscono con le parole: anima, mente, purusha, coscienza, organo interiore ed altri. Si tratta di parole che possono essere usate come si vuole, per indicare qualsiasi cosa si vuole, anche ciò che altrimenti è definito: frigorifero. Non c’è nulla che lo vieti. L’importante è sapere esattamente cosa si intende con una determinata parola. Ciò vale non soltanto per l’ambito direttamente spirituale, ma anche per il linguaggio quotidiano.

È possibile pensare di aver capito a fondo una questione, semplicemente perché non si comprende la propria incomprensione. Si ignora cioè di ignorare, perché si sa senza però aver compreso, cioè integrato in sé, aumentando il grado di consapevolezza. Soltanto comprendendo meglio di prima, possiamo veramente comprendere di aver, prima, compreso peggio, meno, che dopo averlo meglio compreso. 

Abbiamo così due tipi di conoscenza. La prima nozionistica, che esige semplicemente le necessarie capacità nozionistiche. La seconda, oltre alla prima, esige anche il necessario grado di consapevolezza, maturità spirituale. Quest’ultimo tipo di conoscenza è più importante della prima: possiamo disporre solo di lievi capacità nozionistiche, ma essere molto maturi spiritualmente.

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