L’Anima non è mai prigioniera del corpo            

 

L’Anima non è mai prigioniera del corpo            

Alla mia Anima il corpo sta molto stretto, non ne posso più di questa vita, il mondo non fa per me e la mia Anima è prigioniera del corpo, sono idee che derivano dall’identificare l’Anima con la sofferenza: ogni malessere è, chiaramente, sofferenza e chi soffre è sempre la sofferenza stessa; ciò che non è afflizione non può soffrire, più precisamente essere sofferenza.

L’Anima non può essere la sofferenza, anche perché l’afflizione non è un’esperienza autoesistente. La Beatitudine è l’unica esperienza autoesistente, nel senso che in quanto esperienza primaria esiste a prescindere da ogni altra esperienza; non è comunque autoesistente di per Sé, perché espressione dell’Origine.

Considerando che la ricerca spirituale è sostanzialmente ricerca del Sé (Anima), se la sofferenza fosse l’Anima, la ricerca spirituale consisterebbe nella ricerca e diversificazione della sofferenza. Considerando l’abbondanza di afflizione in circolazione, in questo caso non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricerca spirituale, se non come programma di diversificazione della sofferenza, oppure significherebbe che tranne i Beati, tutti sono impegnati spiritualmente e stanno progredendo spiritualmente, perché sofferenti.

L’idea che l’Anima soffre, quindi che è sofferenza, coincide altresì spesso con la credenza che soffrire sia spirituale. Soffrire può eventualmente essere considerato religioso, e lo è necessariamente quando consideriamo la religione come percorso di sofferenza, ma soffrire non dovrebbe essere considerato spirituale, nel senso che la spiritualità dovrebbe essere intesa come percorso di liberazione dalla sofferenza. Religione è spiritualità si incontrano molto raramente, anche perché rarissimi possono produrre tale incontro, che esige profonda consapevolezza, materia prima molto latente. La spiritualità deve essere intesa come fenomeno positivo, considerare la sofferenza come sua caratteristica principale, o importante, può rendere l’approccio alla spiritualità, non la spiritualità di per sé[1], un atteggiamento di tipo sadomasochistico; anche se il sadico e il masochista sono in un certo punto avvantaggiati, perché tendono comunque al piacere, mentre la religiosità di un certo tipo nega anche il piacere, perché visto come peccato.

Tra l’altro, l’uso dell’aggettivo possessivo associato al concetto di Anima (mia Anima), può essere molto fuorviante. Non è la nostra Anima, ma semplicemente l’Anima, che è senza possessori. Certo, possiamo affermare che siccome il Sé Beatitudine (Anima esperienziale) è manifestazione del Sé Origine (Assoluto), la Beatitudine è nostra in quanto in Realtà siamo il Sé Origine, ma dubito che chi usa il termine mia Anima si riferisca a questo contesto. Usare il concetto di mia Anima significa definire la possessione dell’Anima, posseduta, per esempio, dall’io limitato, che in genere viene definito ego, come se questi fosse superiore all’Anima. Tra l’altro, ipotizzando la reincarnazione come possibilità, l’idea: la mia Anima si reincarnerà, significa che non saremo nemmeno noi a reincarnarci.

Pensare che l’Anima soffre significa non conoscere l’Anima, ignorarSi. L’Anima Matrice individualizzante e l’Anima Origine (Realtà, Assoluto) non possono soffrire, precedono ogni esperienza. L’Anima Beatitudine è la pura esperienza senza afflizione alcuna. La sofferenza riguarda emozioni, idee, percezioni[2].

In generale, idee come alla mia Anima il corpo sta stretto e la mia Anima è intrappolata nel corpo, indicano un atteggiamento ostile verso la corporeità, come si trattasse di un qualcosa di superfluo o addirittura di ingombrante, negativo, non spirituale. Il corpo fisico umano è invece indispensabile per l’individualizzazione, per la maturazione spirituale. Senza corpo non ci sarebbe percorso spirituale[3]. Prendiamo come punto di riferimento il sonno profondo, considerando che comunque esige il processo vitale: sarebbe possibile il percorso spirituale se l’unico stato, non solo nostro, ma anche altrui, fosse il sonno profondo?

L’atteggiamento negativo nei confronti del corpo influisce negativamente sulla salute e può farlo diventare una prigione ancora peggiore. Non dell’Anima chiaro, perché l’Anima Origine (Sé Realtà) è sempre senza esperienza, mentre l’Anima Beatitudine è sempre senza afflizione, a prescindere dalla qualità delle altre esperienze prodotte. In questo caso, la prigione è maggiore proprio per il resto delle esperienze, anche perché a causa dell’approccio negativo verso il corpo, lo stesso produce ancora più tensione, sofferenza, dolore. Il grado di prigionia esperienziale dipende dal grado di sofferenza prodotta. Senza tensione, dolore, sofferenza, non c’è sensazione di prigionia e il corpo, o meglio la percezione corpo, è uno strumento espressivo del Potenziale Libertà Beatitudine[4], attraverso la quotidianità Beata.

Invece di lamentarsi della presunta schiavitù dell’Anima, sarebbe meglio chiedersi cosa bisogna fare per liberarsi dalla sofferenza. La Beatitudine è la Libertà esperienziale, la quotidianità Beata una Sua espressione qualitativa[5]. La prigionia è la sofferenza carceriera di se stessa. Il corpo diventa carceriere delle esperienze, che lui stesso genera, quando produce sofferenza. Per questo dovrebbe essere trasformato in strumento che favorisce la quotidianità Beata e l’emersione di Essere Beatitudine ed Estinzione.

[1] Semplificando: la spiritualità non può essere falsa, può esserci soltanto un’idea falsata di spiritualità.

[2] Anche ciò che viene percepito come corpo è una percezione, la percezione corpo.

[3] Anche se in teoria, per l’Illuminazione basterebbe il cervello, con gli organi necessari per mantenerlo in vita, e l’intelletto, necessario per constatare la Beatitudine e maturare la consapevolezza riguardo l’Origine. Senza percezione sarebbe anzi ancora più facile volgersi verso la Beatitudine e l’Origine, se questo volgersi non sarebbe già implicito in tale stato di cose, considerando che, molto probabilmente, in questo caso non ci sarebbero praticamente mai esperienze diverse dalla Beatitudine. Consideriamo che la meditazione è anche un processo di scomparsa delle esperienze chiamate mondo, corpo, emozioni e pensieri fino all’unico pensiero Io sono, come spontanea constatazione dell’Esserci, e infine della scomparsa anche di questo pensiero, con l’emersione dell’Estinzione, che rappresenta la temporanea cessazione di ogni esperienza, cioè dell’individuo inteso come totalità delle esperienze, non solo dell’individualità, intesa come personalità.

[4]La Beatitudine non si esprime attraverso il corpo, perché in quanto esperienza primaria esiste unicamente come base del campo esperienziale. La Beatitudine è il confine invalicabile di Sé Stessa. Il corpo può essere Beato (aggettivo) non Beatitudine (sostantivo).

[5] Rispetto alla Beatitudine, pertanto all’Essere Beatitudine, anche la quotidianità Beata è sofferenza.

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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