Liberarsi dalla sofferenza: la carota è sicuramente meglio del bastone

 Liberarsi dalla sofferenza: la carota è sicuramente meglio del bastone 

Dalle esperienze possiamo imparare, anzi per l’uomo ordinario l’esperienza è l’unico mezzo di insegnamento. Ciò che impara è un’esperienza conseguente a esperienze che la precedono e anche i pensieri sono esperienze. D’altro canto, le trasformazioni esistenziali più profonde possono essere conseguenti all’Estinzione, che è uno stato non esperienziale. L’Estinzione però non fa parte dell’ordinarietà umana, esige un profondo lavoro su se stessi.

Polarizzare positivamente le esperienze è una qualità fondamentale per imparare bene, anche un’esperienza molto negativa può essere utilizzata in modo positivo, per trarne insegnamento. Consideriamo però quanto di più potremmo imparare dalle esperienze positive, se già siamo capaci di apprendere da esperienze molto negative. Inoltre, non tutti hanno la capacità di imparare da situazioni difficili.

Certo, possiamo imparare anche dal bastone, anzi, in generale questa è la via, ma imparare con il sistema della carota fa meno male. Imparare dal bastone, con sofferenza, attraverso l’ignoranza, indica che l’oggetto influisce negativamente sul soggetto io, che l’ignoranza prevale sulla conoscenza, perché il soggetto non è sufficientemente capace di svolgere i propri compiti, tra cui l’orientamento consapevole dei processi. La maturazione del soggetto io avviene tramite l’interagire con l’oggetto, cioè attraverso il relazionarsi interiore ed esteriore, ma troppo spesso questa opportunità maturativa non viene sfruttata, soprattutto perché manca la maturazione della consapevolezza: l’io che cresce alimentato da molte esperienze e conoscenze non qualitative, diventa un groviglio confuso di bassa qualità, ricco di abbagli invisibili su sé, sul mondo, eventualmente anche sul Sé.

Il proiettore non dovrebbe dipendere negativamente dalle immagini che proietta, lo schermo dovrebbe rimanere oggetto, non rubare la parte di soggetto al proiettore. La funzione primaria del soggetto io dovrebbe essere nobilitarsi interagendo consapevolmente con gli oggetti sue proiezioni, alimentarsi di sapere qualitativo, per generare esperienze positive, da interpretare consapevolmente, per sviluppare conoscenza qualitativa sempre più complessa, da trasformare in semplicemente efficace filosofia di vita; questa è la via della carota.

Imparare attraverso errori è il percorso obbligato dell’ignoranza, disponendo delle capacità necessarie, quindi di conoscenza, non ci sarebbe bisogno di generare errori. L’insegnamento primario dell’errore è che non dovremmo più ripeterlo: dovremmo anche imparare a non voler più insegnarci attraverso gli errori, anche esprimendo la profonda intenzione di voler imparare con sempre meno sforzo e sofferenza. Imparare dal bastone è disimparare forzatamente il negativo, imparare dalla carota è imparare dalla conoscenza, senza bisogno di fare errori necessari all’ignoranza.

Il bastone esiste perché la carota non c’è oppure non è abbastanza appetibile, in quanto non è abbastanza efficace o non se ne comprendono i benefici. Per esempio, generalizzando, le carceri sono il bastone necessario causa mancanza, o non applicazione, di un metodo qualitativo che permetta la trasformazione dell’individuo da pericolo a risorsa per la collettività, perché divenuto risorsa anche per se stesso. Le pene pesanti possono essere un deterrente valido per l’uomo meccanico, ma la vera soluzione è la liberazione dalla meccanicità, aumentando la consapevolezza, facendo fiorire in noi le risorse per trovare il nostro posto al mondo e al mondo, nostro e altrui, il suo posto in noi stessi.

Il male è una caratteristica dell’ignoranza, non della conoscenza. Imparando dal bene, non abbiamo necessità di rimetterci in sesto, di arrivare al punto zero partendo da meno cento, perché infortunati fisicamente, emotivamente o concettualmente. Con il sistema della carota siamo avvantaggiati, partiamo con una spinta positiva e da un punto di partenza superiore. Voler imparare dalle esperienze negative è alquanto paradossale, significa voler migliorare puntando sul peggio. Eppure la via dell’apprendimento di molti si basa proprio sulle botte e sulle cadute. In ogni caso, non si tratta di voler veramente imparare dalle esperienze negative, ma dell’impossibilità di fare diversamente in un dato momento, perché succubi influssi negativi interiori ed esteriori siamo incapaci di produrre esperienze positive. Tra l’altro, il voler veramente imparare da esperienze negative potrebbe implicare una dose di masochismo, come voler insegnare attraverso la negatività una certa misura di sadismo.

Il mondo è talmente pervaso dal culto della sofferenza che per essere spinti a migliorarsi, troppi hanno bisogno della spinta negativa di una disgrazia, di un grosso problema, dell’ammalarsi gravemente… Dovremmo creare regolarmente condizioni qualitative. Necessitare di eventi negativi per poter ambire al miglioramento è una patologia molto grave, incapacità di generare vita sana; come aver bisogno di una malattia più grave per guarire meglio.

Aver bisogno del negativo come spinta necessaria per iniziare il miglioramento implica spesso l’impossibilità di migliorarsi. Nella gran parte dei casi, le tragedie, i lutti, i problemi…, sono ulteriori ostacoli per il miglioramento, anche perché stimolano emozioni e idee distruttive, che non sono certamente elementi evolutivi. Affermare diversamente significa pensare che portare un peso non incida negativamente sulle capacità di corsa. E poi, se imparare dalle difficoltà sarebbe un modo veramente efficace di migliorarsi, il mondo sarebbe sicuramente un luogo molto migliore, considerando la quantità delle difficoltà che caratterizzano le storie personali e il destino collettivo.

Dalle esperienze negative possiamo imparare ciò che non vogliamo e ciò che non dovremmo fare, ma sapendolo prima non avremmo bisogno delle esperienze negative, risparmieremmo così tempo, energia, risorse, guadagneremo in salute e prosperità, potremmo dedicarci a crescere attraverso il meglio e la creatività, che è certamente meglio del peggio e della distruttività. Crescere veramente significa migliorarsi e il miglioramento attraverso il peggio è una situazione alquanto paradossale. Dovremo cercare le migliori condizioni per migliorare, il meglio è sempre meglio del peggio, lo dice il significato della parola stessa, ma soprattutto l’esperienza di chi ha una vita piena di ostacoli e ne farebbe certamente a meno, se solo potesse. Se siamo obbligati a crescere attraverso le difficoltà perché non sappiamo come creare le condizioni migliori per la crescita, faremmo bene a maturare la capacità di evolverci con qualità.

Dovremmo sostituire le nostre mancanze con capacità concrete che uniscono spiritualità e quotidianità, cercando di farlo nel miglior modo possibile, perlomeno avendo questa intenzione, considerando che non possiamo fare altro che il possibile in quel dato istante: ciò che produciamo rappresenta contemporaneamente il massimo e il minimo possibile, cioè l’ineluttabilità del momento e la precedente intenzione positiva, ineluttabile anch’essa se accade, può rendere l’ineluttabilità successiva più giusta, migliore.

Liberandoci dal bisogno del negativo per imparare possiamo insegnarci sempre meglio. La necessità di esperienze negative è una schiavitù espressione dell’incapacità di produrre positività. Dovremmo essere capaci di imparare sempre meglio dalle condizioni sempre più positive che abbiamo imparato a favorire, maturando la capacità di generare positività vera, non solo concettuale, frutto del definire come positivo ciò che solo immaginiamo essere tale.

Indubbiamente, alcuni iniziano il percorso spirituale spinti dalla necessità di risolvere un problema, spinta dettata spesso dalla disperazione, ma gran parte delle persone soccombe alle difficoltà, che le privano spesso anche delle altrimenti poche possibilità evolutive. Il problema può essere polarizzato come opportunità, ma bisogna essere capaci di farlo, mentre una spinta positiva rende possibile il miglioramento anche ai più deboli, che altrimenti non potrebbero percorrersi positivamente.

La solidarietà sostanziale implica la capacità di creare condizioni di vita veramente migliori, non soltanto definite tali perché idealizzate da concetti sbagliati. Dovremmo tendere al meglio perché è meglio stare meglio, non perché costretti dal peggio. Il fatto che alcuni abbiano dato una svolta positiva alla loro vita dopo aver avuto un problema fa parte del culto della sofferenza. In una cultura basata sulla Beatitudine ci sarebbero molti meno ostacoli e molte più possibilità di superarli, maggior Beatitudine significa maggior Conoscenza, maggiori opportunità evolutive. L’ostacolo primario è la sofferenza, ignoranza esperienziale generata dall’ignoranza concettuale e sua complice nel produrre ulteriore ignoranza, esperienziale e intellettuale.

Dal Sapiente possiamo ricevere certamente maggior aiuto che dall’ignorante, faremmo pertanto bene a cercare supporto da chi è Consapevolmente Realizzato nei vari aspetti della vita. Essere il più possibile aperti all’Aiuto Illuminante è un modo efficace per polarizzare positivamente le esperienze. comprendere che l’Aiuto Illuminante aiuta veramente è un modo per polarizzare positivamente le esperienze. Si dice che tutte le soluzione sono in noi, ma questo vale solo a livello teorico: se fossero veramente già tutte in noi, non avremmo problemi oppure saremmo sulla strada di risolverli.

Tra l’altro, avere tutte le soluzioni possibili significherebbe disporre già di tutte le capacità, perlomeno quelle necessarie nello specifico. La verità che le verità essenziali sono in noi, non andrebbe confusa con l’idea che lo sono anche tutte le risposte. Affinché le risposte essenziali siano concretamente in noi dobbiamo maturare la capacità di ascoltarci e comprenderci, consapevolizzandoci, maturando l’intuito e creando il linguaggio necessario.

Il Maestro interiore è chiaramente in noi, ma è bene cercare anche il Maestro esteriore, che può darci una mano enorme a Realizzarci come (auto)Maestri. Se fosse veramente facile fruire della Conoscenza interiore i ricercatori spirituali sarebbero in gran parte (auto)Maestri Illuminati, ma non è così. Molti ricercano con impegno, si dedicano profondamente alla consapevolizzazione, eppure soffrono ancora. Il percorso spirituale, soprattutto se si tende all’Umanizzazione, ha bisogno di risposte concrete e semplici, non semplicistiche, che comprendono la complessità individuale interiore e il suo rapporto con l’ambiente, ambedue elementi specifici da ricercatore a ricercatore.

La polarizzazione positiva delle esperienze implica la maturazione della consapevolezza, non il mero pensiero positivo inteso come modo di vedere come tutto ok, anche quando c’è tanto da riparare. La polarizzazione positiva esige la capacità di migliorare il destino, agendo sia interiormente sia esteriormente; in questo senso i concetti sono positivi nella misura in cui favoriscono la Realizzazione, pertanto la necessariamente la Beatitudine.

Ci si può sentire realizzati anche soffrendo, magari immaginando che l’afflizione sia indice di spiritualità, ma è una falsa realizzazione. La Realizzazione è questione di verità e può essere unicamente vera, non possiamo realizzare qualcosa falsamente, possiamo però produrre false realizzazioni. Lo scopo determina il percorso, avere idee sbagliate la Realizzazione avvicina al realizzarsi in modo sbagliato, a non realizzarsi veramente. Per crearsi un percorso di qualità è necessario avere idee giuste sull’autorealizzazione e migliorarle migliorandosi.

Liberarsi da idee fuorvianti fa parte dell’Umanizzazione e per farsi e fare del bene è utile chiarirsi che la crescita spirituale non è questione di fare molte esperienze diverse. Tra l’altro, ogni momento è di per sé esperienza, perciò tutti facciamo innumerevoli esperienze. Non tutti ci percorriamo però con eguale qualità come percorso spirituale. Ricordiamoci che la Beatitudine è Spirito esperienziale. In questo senso siamo spirituali nella misura in cui generiamo Essere Beatitudine e quotidianità Beata, ovvero nella misura in cui siamo vicini a generarle.

Più soffriamo, più siamo lontani dalla spiritualità, a meno che la sofferenza non sia una conseguenza della purificazione e della consapevolizzazione, ma deve trattarsi di sofferenza transitoria, in funzione della Beatitudine. Bisogna evitare il culto della costante purificazione, che è uno degli aspetti della spiritualità falsata. Il percorso spirituale è il processo verso la Conoscenza di Sé Beatitudine e Sé Origine e l’afflizione impedisce certamente di ConoscerSi. L’inFelicità è ignoranza esperienziale che impedisce l’Essere Conoscenza Beatitudine. Inoltre, per scoprire lo Spirito Realtà (Sé Realtà, Origine, Assoluto), che è non esperienziale, è necessario il passaggio Estinzione, la cui soglia è proprio l’Essere Beatitudine.

La sofferenza non purifica, sporca. Considerando la quantità abnorme di afflizione in circolazione, se purificasse veramente divenire qualitativamente sarebbe un gioco da ragazzi. Basterebbe aprirsi alla sofferenza mondiale, cosa non difficile essendo l’apertura al patimento veramente notevole in quasi tutti. Se l’afflizione fosse veramente un processo purificante (che purifica [da] se stesso) non ci sarebbe sofferenza, si sarebbe già eliminata da sé oppure non si sarebbe mai prodotta, se non come embrione dissolto nel momento del proprio concepimento.

 

 

 

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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