Liberarsi dai condizionamenti: Essere Se Stessi

              Essere Se Stessi

I dilemmi essere o non essere e sono o non sono me stesso, sono infondati per l’individuo. Il non essere esige l’Estinzione, che è la dissoluzione temporanea dell’individuo, che non può essere altro da ciò che è in un dato momento. La presenza individuo obbliga a una questione soltanto, una sola possibilità: essere. L’individuo è essere, consapevolezza di essere, ed essere se stessi rappresenta l’ineluttabilità momentanea, non possiamo essere ciò che non siamo, anche le idee di essere diversi da ciò che siamo fanno parte dell’essere stesso. Ogni momento possiamo essere unicamente ciò che siamo, cioè noi stessi, il momento stesso, che siamo perché generiamo, e che sperimentiamo: integralmente durante l’Essere Beatitudine, parzialmente in caso di esperienzialità diversificata.

È impossibile essere falsamente se stessi, ciò che siamo rappresenta sempre l’effettivo, pertanto vero, stato delle cose, della “cosa” che siamo. Senza introdurre l’aspetto qualitativo della questione, l’idea di non essere veramente se stessi è un esercizio concettuale senza vero fondamento. La questione sul (non) essere se stessi, è riconducibile soprattutto a: cosa significa essere Veramente se stessi, come essere Autentici, cosa fare per EsserLo?, È possibile Essere Veramente Se Stessi, Autentici? È utile considerare che essere e se stessi coincidono, l’essere è il sé individuo: in quanto individui non possiamo essere altro che sé, cioè se stessi. Affermare: essere se stessi, equivale a dire: essere essere, sé sé, se stessi se stessi, essere sé.

Tranne nel caso del definirsi come Assoluto (Sussisto Assoluto), che è non esperienziale, o come Totalità (Sono la Totalità), che implica soggetti non esperienziali[1] , ci si definisce in base alle proprie esperienze. Ciò che definiamo come noi stessi o parte di noi stessi: Beatitudine, corpo, emozioni, pensieri, carattere, capacità, vissuto, ma anche fantasticherie su noi stessi…, sono tutte esperienze che siamo.

L’individuo è esperienza e la Beatitudine è l’esperienza primaria, base di tutte le altre esperienze che compongono l’individuo. La Beatitudine andrebbe quindi considerata esperienza Autentica, standard di Veridicità. Consideriamo anche che senza l’esperienza primaria Beatitudine non sono possibili altre esperienza, quindi nessuna forma di autenticità-falsità, come nemmeno nessuna riflessione sull’individuo: ogni pensiero è un’esperienza e senza esperienza non ci sarebbero i pensieri e l’individuo, che è sia il soggetto sia l’oggetto delle riflessioni sull’individuo.

La Base dell’Autenticità e quindi la Beatitudine, in questo senso siamo Veramente Noi Stessi unicamente durante l’Essere Beatitudine, che però esclude ogni altra forma di manifestazione[2]. Durante l’Essere Beatitudine siamo integralmente[3] Noi Stessi Beatitudine, siamo Autentici esperienzialmente, ma non possiamo essere autentici espressivamente sul piano percettivo, emozionale e concettuale, semplicemente perché l’Essere Beatitudine è, appunto, senza pensieri, emozioni, percezioni.

Per definire l’Autenticità esperienziale, basandoci sulla Beatitudine come standard di Autenticità, dobbiamo quindi allargare l’area di Autenticità alla quotidianità Beata. La spinta all’azione della quotidianità Beata[4] si basa sulla Beatitudine, nel senso che la Beatitudine è il punto di riferimento di emozioni, pensieri, azioni, ma comunque nella misura in cui la quotidianità Beata è interrotta, positivamente, da Essere Beatitudine ed Estinzione, alimenti fondamentali per un’alta qualità esperienziale. La quotidianità Beata influisce sull’esterno trasformandolo, mentre generalmente lo stato ordinario di veglia si fa condizionare potentemente da influssi esteriori, essendo in balia di minor o maggior reattività.

L’Autenticità esperienziale è una: Beatitudine. L’Autenticità espressiva è, invece, un fenomeno dinamico, non ha un unico livello. L’Autenticità esperienziale Beatitudine è la Perfezione esperienziale, mentre l’Autenticità espressiva, relativa a percezione, emozioni, pensieri, può essere correlata al concetto di Eccellenza. Aumentando grado di consapevolezza e complessità diveniamo livelli superiori di Autenticità espressiva, soprattutto quando l’aumento della complessità di capacità (spirituali, energetiche, concettuali, tecniche, terapeutiche, fisiche…) si traduce nell’emersione di una Semplicità espressiva maggiore, che esprime ancora più efficacemente, oltre che autenticamente, i significati insiti senza forma nella Beatitudine: Pace, Conoscenza, Beatitudine, Amore, Libertà, Giustizia… La Semplicità della Conoscenza è ben diversa dalla semplicità della semplice ignoranza, che può essere anche molto complicata, perché non complessa.

Considerando che l’Origine (Assoluto) è il Sé Realtà, che durante l’Estinzione non è più “coperto” dall’individuo, dovremmo includere l’Estinzione nello standard Essere Se Stessi, anche perché l’Estinzione favorisce una maggior forza e qualità alla quotidianità Beata. L’Essere Se Stessi è quindi il funzionamento Trino: Estinzione – Essere Beatitudine – quotidianità Beata.

La qualità dell’essere se stessi dipende anche dalla conoscenza di Sé Assoluto, anche se il Sé Realtà (Assoluto) è il Sussistere, Origine dell’Essere, se come essere intendiamo l’intero mondo delle esperienze. In quanto Assoluto non possiamo Essere, in quanto Assoluto non possiamo che Sussistere, senza modificazioni tangibili. La consapevolezza di Sé Assoluto, la quale è dell’essere, dona però un timbro diverso alle dinamiche dell’essere, soprattutto perché rappresenta la Conoscenza più importante, la Conoscenza di Sé Realtà, appunto. Possiamo essere qualitativamente anche senza ConoscerCi in quanto Assoluto (Sé Realtà), ma si tratta di una qualità condizionata da ignoranza di Sé Assoluto, un limite enorme, tanto da non essere veramente quantificabile. La conoscenza di Sé Assoluto è veramente importante, anche perché la verità è autenticità, mentre la menzogna fa parte del mondo delle falsità: ignorare la verità su Sé Assoluto rende inevitabile il proprio falsarsi.

Il grado di nostra Autenticità dipende chiaramente molto dal grado di indipendenza da altri, emozionale, concettuale e comportamentale. Sul piano comportamentale nei rapporti siamo vincolati all’altro a causa dell’organizzazione in comune della vita: di coppia, familiare, professionale… Questo potrebbe essere visto come limite per l’Autenticità, oppure come opportunità, per sviluppare un proprio modello di Autenticità che include la complessità dei rapporti, approcciati in modo consapevole per realizzare una sempre maggior Libertà organizzata, che permette di far crescere primariamente noi stessi e, secondariamente, anche l’organizzazione di cui facciamo parte; siamo l’unico elemento su cui possiamo agire direttamente, il miglioramento esteriore è fortemente vincolato al miglioramento interiore.

A livello emozionale e concettuale possiamo, invece, essere profondamente indipendenti, anche nel caso di grande vicinanza e profonda condivisione del percorso vita. Il grado di indipendenza emozionale è determinato sostanzialmente dal grado di qualità esperienziale che riusciamo a generare, a prescindere dai comportamenti altrui. In questo, il parametro di base è il funzionamento Trino: Estinzione – Essere Beatitudine – quotidianità Beata; Estinzione è senza esperienze, l’Essere Beatitudine (Vuoto integrale) è senza emozioni e pensieri, la quotidianità Beata (Vuoto parziale) è con concettualità ed emozionalità consapevole.

Quali sono le emozioni autentiche? In un certo senso, tutte le emozioni sono autentiche, la gioia non può essere falsamente gioia; falsa gioia è solo un concetto, non esiste falsa gioia. Lo stesso ragionamento vale anche per tutte le altre emozioni, positive e negative. In un certo senso, tutte le reazioni emozionali sono autentiche, naturali conseguenze a determinate sollecitazioni, ma l’Autenticità non andrebbe confusa con la meccanicità, la naturalezza non è Naturalezza. Il concetto di Autenticità dovrebbe avere valenze positive e le emozioni negative non dovrebbero essere viste come positive, anche se in alcuni casi possono aiutare. La rabbia e la paura possono essere uno strumento di difesa, ma è una soluzione del peggio, non del meglio, anche se queste due emozioni possono talvolta salvare la vita. Ciò che veramente aiuta, ciò che è veramente positivo, è un alto grado di consapevolezza: la consapevolezza del pericolo è sicuramente meglio della paura, l’azione consapevole meglio della rabbia. L’Autenticità, Naturalezza, esige consapevolezza, la meccanicità fa parte del mondo inconsapevolezza: la reattività emozionale non può far parte del mondo delle emozioni autentiche. La natura è sostanzialmente inconsapevole, che non significa che non è espressione di un’intelligenza superiore. Se la natura fosse consapevole, non ci sarebbero uomini inconsapevoli, la corona della natura è proprio l’uomo. La natura è biologicamente intelligente, la via della consapevolizzazione è fatta anche del fruire positivamente dei potenziali biologici, anche orientandoli in funzione di un funzionamento biologico superiore, grazie alla realizzazione di potenziali genetici non ancora realizzati. Possiamo affermare che ogni emozione è autentica, ma le emozioni che fanno parte dell’Autenticità, sono quelle della quotidianità Beata, cioè emozioni che avvengono con esperienza di unità, non di separazione, soprattutto le emozioni positive[5], che favoriscono l’espressività positiva, come gioia ed entusiasmo. La percezione è unità, che può essere sperimentata come separazione, ma le forme percepite non possono essere veramente separate dall’altra: si tratta di forme che appaiono nella percezione, perché prodotte dalla stessa (non percepiamo il mondo, ma generiamo in noi l’esperienza che definiamo mondo), che non può mai essere separata da se stessa. Pur essendo comunque vera, l’esperienza separazione è una falsificazione dell’unità, che è la base veritiera della percezione; questo significa anche che le emozioni autentiche sono caratterizzate da empatia qualitativa, che implica l’esperienza di unità.

Siamo anche pensieri e l’indipendenza concettuale è determinata primariamente da due fattori: grado di indipendenza dal pensiero e grado di indipendenza del pensiero. Il primo riguarda la capacità di pensare consapevolmente, cioè di generare il Vuoto parziale, la capacità quindi di osservare il flusso dei propri pensieri e di arrestarne il flusso se necessario, quindi di essere liberi dal pensiero, perché c’è Vuoto integrale oppure Estinzione. Il secondo fattore, il grado di indipendenza del pensiero è determinato dalla capacità di definire precisamente i fenomeni, argomentando le proprie convinzioni, non perché viziati da presunzione o ottusità, ma perché Ci Si Conosce e si è reso il proprio pensiero simile ai fenomeni che si descrivono. La libertà del pensiero esige cioè la creazione di un proprio linguaggio, fatto di verità confermate dall’averle verificate applicandole praticamente.

L’abito non fa il monaco, anche perché crea uniformazione, che non è certamente un valore spirituale, a meno di voler dare all’idea di monaco una valenza non spirituale. In quest’ultimo caso, l’abito uniforme può fare benissimo il monaco, anche perché il monaco potrebbe essere considerato come abito stesso, viziato dalla forma, non contagiato dalla Sostanza. L’Uno è senza forma, che non significa uniformato. L’uniformazione esige prima la diversificazione, cioè il divenire. L’Uno Immanifesto è il Sussistere (Origine) e l’Uno esperienziale Beatitudine è l’Essere, ambedue precedono il divenire[6]; senza diversificazione precedente non c’è cosa uniformare. Cercare di dare aspetto unico al mondo delle forme significa negare le potenzialità di diversificazione dell’espressività dell’Uno. In quanto figli di Dio dovremmo divenire un’espressione autenticamente colorata dell’Uno Assoluto, Padre Assoluto (che “siamo in quanto Assoluto, Sé Realtà), senza colore, caratteristica questa che non significa che la vita possa rappresentarLo degnamente come fotocopia in bianco e nero.

 

[1] Non possiamo fare esperienza della Totalità, possiamo fare esperienza solo di noi stessi, più precisamente dell’esperienza chiamata noi stessi, più precisamente ancora: essere proprio l’esperienza che fa esperienza di sé.

[2] Certo, mentre in profonda meditazione generiamo Essere Beatitudine ad altri potrebbe apparire l’esperienza che definirebbero nostro corpo, ma si tratterebbe di una loro elaborazione interiore, mentre in questo caso noi non produrremmo in noi stessi l’esperienza corpo: genereremmo e sperimenteremmo unicamente Beatitudine.

[3] Integralmente, perché non generiamo esperienze diverse dalla Beatitudine.

[4] La quotidianità Beata può essere vista come azione di per sé, senza sostanziale distinzione in agente-azione. Certo non si stratta dell’Azione Unica Beatitudine, Uno esperienziale senza distinzione in conoscitore-conosciuto, ma l’unità che caratterizza la quotidianità Beata, la rende positivamente, soprattutto nella sua qualità più alta, uno stato quasi senza flusso, perché agente e ambiente sono talmente “unificati” da “essere praticamente lo stesso”.

[5] Generando a lungo l’esperienza di unità, anche alcune emozioni distruttive, sfruttando l’onda dello stato di unità, possono avvenire con esperienza di unità, destinato comunque a scomparire se tali emozioni negative perdurano.

[6] A meno di considerare anche la Beatitudine come Divenire, che pur essendo sempre Sé, è pur sempre un’espressione dell’Origine (Assoluto, Sé Realtà).

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...