Esistenza Umana, libertà dalla sofferenza

Esistenza Umana, libertà dalla sofferenza

In quanto consuetudine subita dalla maggioranza, la sofferenza è sicuramente morale, perché normale. Moralità non è però sinonimo di salubrità e veridicità. Soffrire è normale e naturale, non Naturale. La collettività è molto lontana da ciò che potrebbe, ipoteticamente, Essere.

Assuefatti alla sofferenza non ci si può rendere veramente conto della gravità del proprio costante patire, anche perché l’afflizione è un peso che sopportando se stesso quasi autoanulla la propria gravità. L’assuefazione a grandi dosi di afflizione impedisce di scorgersi come gran produttori di patimento, esportando il quale si contribuisce al dramma globalizzato che sta deteriorando l’umanità.

Il culto della sofferenza è il modello socialmente stabilito primario. Ignara delle differenze di classe l’afflizione dilaga in orizzontale e in verticale. Molteplici modi di patire di un mondo quasi privo di Esistenza Umana, o DivinUmana, che consiste nell’alternarsi di tre stati: quotidianità Beata, Essere Beatitudine ed Estinzione. Alcuni spacciano la società odierna come del benessere e da buoni pusher riescono anche a piazzare bene questo loro concetto allucinante, ma sapendo utilizzare standard qualitativi risulta chiaro che è un mondo di malessere.

Affermare che il modello sociale primario non è improntato sull’afflizione significa dire che l’ambiente famigliare, il sistema scolastico, l’ambito lavorativo, la religione, la società in generale favoriscono l’Esistenza Umana, che implica la maturazione della consapevolezza. Possono favorire il piacere emozionale, concettuale e sensoriale, ma non indicano direttamente come favorire Esistenza Umana; ancor meno offrono strumenti concreti per questo Scopo.

La Felicità, intesa come Beatitudine, non è il piacere. La Felicità è unica e integrale, il piacere vario e parziale. La ricerca del piacere riguarda la produzione di appagamento attraverso l’attività sensoriale, emotiva, ma anche intellettiva. Può produrre accontentamento, soddisfazione, e far parte della quotidianità Beata, non Appagamento inteso come Essere Beatitudine.

La ricerca inconsapevole del piacere può facilmente favorire l’egoismo, mentre la ricerca della Felicità (Beatitudine) lo dissolve: porta benefici alla comunità, l’aumento della qualità vibrazionale del singolo propizia il miglioramento altrui. La ricerca del mero piacere può, invece, avere risvolti anche molto dannosi per la collettività. Beatitudine e afflizione sono ambedue contagiose, maturando la capacità di favorire Estinzione, Essere Beatitudine e quotidianità Beata si diventa portatori di Salute, soffrendo si contamina invece il mondo proiettando l’infezione del proprio. Molti si illudono di cercare la Felicità confondendola con il piacere e ottengono solo esperienze parziali, sacrificano l’integrale in onore del parziale immiserendosi; questo non significa che non bisogna tendere al piacere, ma bisogna farlo in modo consapevole, eliminando le cause dei desideri negativi e superando l’attaccamento ai restanti desideri, per generare quotidianità Beata, con piacere sensoriale consapevolmente vissuto.

Il modello sociale non improntato sulla ricerca della Beatitudine è destinato a perpetuare sofferenza. Il patimento si replica molto facilmente, senza bisogno di “educazione” e di sistematizzazione della conoscenza sull’afflizione e dei modi di soffrire. L’afflizione è automatica perché la massa abnorme di analfabetismo esistenziale, interiore ed esteriore, spinge inevitabilmente verso la sofferenza. Un giorno, quando ci sarà la consapevolezza necessaria a livello globale, la massa di Esistenza Umana prodotta dall’umanità spingerà l’individuo automaticamente verso la Stessa. Finché non sarà così dobbiamo arrangiarci, diventare ogni giorno più saggi, maturando le capacità illuminanti per liberarci dal delirio collettivo della sofferenza, anche per osservare l’umanità con profonda Compassione Illuminante, senza patimento per la sofferenza altrui. Salvarsi dalla sofferenza è la salvazione spirituale primaria, Salvatore è chi favorisce potentemente l’Esistenza Umana.

Considerando l’abitudine della maggioranza di produrre sofferenza, possiamo affermare che la maggioranza ne è attratta, non nel senso che le piace l’afflizione e agisce in modo da realizzarla, ma perché viene fagocitata dalla produzione automatica di sofferenza, senza possibilità di non produrla. In questo senso, non è vero che l’uomo cerca di evitare le esperienze spiacevoli. Soltanto maturando la consapevolezza, per liberarsi dalla sofferenza, si tende veramente a evitare esperienze spiacevoli.

Il sistema pone molta importanza sul guadagnarsi da vivere, ma dovremmo imparare soprattutto come guadagnare l’Esistenza Umana, con la vita che vive perdendo ignoranza, come guadagnare la Beatitudine, non spendendo più (in) sofferenza, guadagnare la Verità dissipando definitivamente ciò che non Siamo; per fortuna cosmica, il falso è limitato, la Verità Immensa. Per guadagnare l’Esistenza Umana possiamo spendere molto e avere poco, oppure possiamo investire giustamente nel giusto ed ottenere tutto l’essenziale: Sé Stessi senza possessore alcuno. La vita inconsapevole è persa, essere vincenti solo apparentemente è essere perdenti essenzialmente, ma chi è vittorioso essenzialmente, perché l’essenza ha vinto sull’apparente, può essere vincente anche nelle apparenze e non solo apparentemente. Dove mi sta portando la vita che porto in Me?, è una domanda che può risultare molto utile.

In quanto individui facciamo parte dell’Unico Organismo e come Totalità siamo l’Unico Organismo Stesso. Siamo collegati con tutto e tutti sono collegati con noi, e portiamo tutto ciò in noi. Ignorare esperienzialmente questo impedisce di essere veramente vivi, più precisamente di essere vita Viva. Saperlo concettualmente può essere un buon passo verso la Vita Vera (Esistenza Umana), anche se spesso, causa carenza di consapevolezza, i concetti più elevati sono gli abbagli più sottili. Per la Vita Vera non basta la consapevolezza concettuale, sapere come stanno le cose. Per la Vita Vera abbiamo bisogno soprattutto di generare Essere Beatitudine e quotidianità Beata, dobbiamo Essere Amore e Amare, essendo consapevoli di essere ogni cosa. Per essere Vita Conoscente dobbiamo unire consapevolezza concettuale, capacità di Amare e consapevolezza riguardo l’Immanifesto: guidati dalla concettualità consapevole possiamo fruire del sentirci ogni cosa per scoprirCi Totalità, guidati dal volgersi verso l’Origine possiamo scoprire la Conoscenza Originale-Origine. Affinché il sapere renda veramente giustizia alla vita, deve essere consapevole dell’Uno Origine e dell’Uno Amore (Beatitudine) e basarsi sull’Amare, esperienza di unità conoscitore-conosciuto.

Non agendo concretamente per liberarci dall’afflizione, primariamente consapevolizzandoci, ci si rende complici, non intenzionalmente, della produzione di una società del malessere, nemici della salute pubblica. Considerando lo stato attuale delle cose e assumendo l’Esistenza Umana come standard, quasi tutti sono nemici di quasi tutti, nemici-alleati nelle campagne di (auto)distruzione. I duelli, le offensive, i bombardamenti, i sabotaggi avvengono a colpi di emozioni e idee distruttive. Per evitare false giustificazioni, dovremmo considerare come distruttivo tutto ciò che non favorisce la pacificazione e la liberazione dalla sofferenza, non soltanto la distruttività e la negatività superiori alla media della conflittualità ordinaria. È assurdo appoggiarsi a standard sulla salute basandoci sulla malattia, un’assurdità che però è la regola in molti campi. La Salute è originaria, la malattia una deviazione, la Beatitudine è Verità, la sofferenza menzogna esperienziale. Raramente i conflitti quotidiani producono direttamente la morte fisica, ma diminuiscono sempre la durata e la qualità della vita. I conflitti sono la morte della continuità della vita: la vita Vera esige anche l’Essere Beatitudine, che è Pace senza conflitti, né interiori né esteriori.

Ostacolare la Felicità altrui, anche producendo la propria sofferenza, significa ledere l’altrui “diritto” fondamentale, ma non servono tribunali e prigioni per i trasgressori. Chi genera sofferenza è un costante giudicare e una cella di afflizione, il mondo quasi intero è un tribunale di continuo giudizio e una prigione di inFelicità, strapiena. La globalizzazione della sofferenza ordinaria è la ragione sostanziale per cui non ci sono leggi per sanzionare chi produce inFelicità ordinaria, ma soltanto leggi che riguardano l’inFelicità non ordinaria: stalking, torture, dolo, lesioni, attentati… Le leggi che punirebbero chi produce sofferenza ordinaria sarebbero comunque ingiuste. Chi la genera non può fare diversamente succube com’è di meccanismi nocivi. Il mare della sofferenza è senza onde colpevoli, gli errori sono indicatori di ignoranza, incapacità, non di colpevolezza vera e propria.

Associare l’idea di colpa all’idea di sbaglio è un optional di cui faremmo bene a fare a meno. Lo sbaglio è azione impropria, definirla colpa è azione impropria aggiuntiva. Tra l’altro sbagliare è praticamente inevitabile, per due motivi almeno. Primo, ciò che accade è ineluttabile e lo sbaglio è un accadimento, pertanto inevitabile, dato che è avvenuto. Secondo, le soluzioni ottimali sono merce rara, per non dire inesistenti, si tratta delle migliori possibili in determinate circostanze, ma è quasi impossibile realizzare le soluzioni teoricamente migliori, anche a causa del mutamento. Non attuando la soluzione ottimale sbagliamo, inevitabilmente, per incapacità di fare meglio, che non è una colpa, bensì, appunto, incapacità. Non siamo colpevoli della nostra incapacità. Se la colpa esistesse veramente, anche le buone intenzioni non seguite dalla soluzione ottimali sarebbero una colpa, ma non possiamo avere colpa per aver attuato buone intenzioni, anche se possiamo essere punibili penalmente, perché le nostre buone intenzioni hanno prodotto reato. Osservando in modo specifico, unicamente la Perfezione è senza sbaglio: la Perfezione è senza atto, pertanto ogni atto è imperfetto e in questo senso necessariamente caratterizzato da errore.

Non bisogna però colpevolizzarsi perché si soffre (consapevolizzarsi sempre, colpevolizzarsi mai!), altrimenti si fomenta ulteriore afflizione. L’idea che siamo noi i soli responsabili della nostra sofferenza è fuorviante, rappresenta anche la negazione di verità scientifiche sul funzionamento del cervello, per esempio sulla funzione dei neuroni specchio. La nostra afflizione è causata anche da altri, non siamo certamente esentati da influssi negativi esteriori. Certo, è possibile maturare l’immunità da influssi negativi, aumentando la capacità di trasformare positivamente, interiormente ed esteriormente, le nocività che influiscono su di noi, ma si tratta di un’abilità che esige il lavoro giusto su se stessi, che in genere non viene insegnato. Il responsabile, o meglio l’irresponsabile, è il sistema che favorisce l’irresponsabilità collettiva generante sofferenza, senza che nessuno in particolare sia veramente colpevole. La perpetuazione meccanica individuale dell’ignoranza non è una colpa, fa parte del programma negativo individuale e collettivo. L’ignoranza generale potrebbe essere considerata la vera colpevole, ma non può essere colpevole della propria ignoranza, o meglio dell’ignoranza che è, come nessun uomo può essere colpevole per ciò che è. L’impurità dell’onda è determinata dall’inquinamento del mare. L’ignoranza non può essere nemmeno colpa di qualcuno, l’ignoranza è qualcosa che subiamo, anche quando la diffondiamo. Diffonderla intenzionalmente significa essere nemici inermi della conoscenza, perché succubi dell’ignoranza e suoi strumenti di propaganda, non artefici della sua diffusione. La verità è che soffriamo non perché siamo responsabili, ma perché siamo irresponsabili, perché non disponiamo di risposte essenziali, perché non abbiamo il Responso perché non corrispondiamo al Sé esperienziale Beatitudine, perché non generiamo quotidianità Beata. La Responsabilità esige Conoscenza di Sé, la risposta anche esperienziale, non solo concettuale, alle domanda Chi sono in Verità e in Realtà?

 

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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