Realtà e illusione, perché valorizzare la vita che siamo?

Nichilismo spirituale

Negare la manifestazione, come fanno alcuni insegnamenti spirituali, che comunque comprendono la ricerca e conoscenza del Sé Realtà (Origine, Assoluto) può esprimere nichilismo sia illuminante che entropico. Illuminante perché può portare a scoprire il Sé Origine Sussistente a prescindere dalla manifestazione. La negazione della manifestazione ha comunque ragioni entropiche, per il semplice motivo che negarla non rappresenta un approccio integrale, soprattutto perché non contempla l’importanza dell’individuazione, che è un processo fondamentale: il tendere della vita umana a realizzarsi. Non favorire l’individuazione significa automaticamente osteggiare l’ordine, dare forza al disordine.

Il nichilismo entropico spirituale, nel senso di negante la manifestazione, può essere un terreno molto fertile sul quale produrre accidia, coltivare sofferenza, materializzare disfattismo, giustificare frustrazioni, negare l’importanza di realizzarsi per far apparire positivamente la propria non realizzazione, sostituire i fatti con le parole per darsi ragione. Possiamo confutare l’importanza dell’esistenza, ma non negare fondatamente l’esistenza, ogni nostra negazione è possibile proprio grazie al nostro esistere. Dovremmo, piuttosto, indagare in modo illuminante sullo scopo dell’esistenza individuale, anche per migliorarla, migliorandoci. Noi siamo questa esistenza che definiamo nostra vita che, in verità, non è nemmeno nostra: noi la siamo e non possiamo avere la vita che siamo. Non viviamo la vita, siamo la vita stessa e la vita è se stessa, non vive se stessa. Pensare di essere il soggetto particolare che vive la vita significa immaginarsi, l’ “io” che immagina di vivere la vita è un frutto acerbo prodotto dalla vita, la vita Matura è senza un “io”, identità immaginata, che immagina di viverla. Inoltre, siamo anche l’Origine e l’Esistenza Totale, ma per scoprirCi in Queste Vesti dobbiamo migliorarci veramente molto, scoprirci Oltre noi stessi vita individuo, non soltanto senza io immaginario.

La manifestazione non è qualcosa di estraneo a noi. Negandola confutiamo noi stessi individuo parte della manifestazione, Noi stessi Beatitudine, Noi Stessi Manifestazione e in un certo anche Noi Stessi Origine, perché la Manifestazione è un’espressione dell’Origine, Sé Realtà. Rapportarsi in modo negante verso la manifestazione significa negarsi, autocastrazione.  In quanto Sé Origine esistiamo a prescindere dalla manifestazione, ma in quanto espressione di Sé Origine siamo manifestazione: nobilitiamoci! Perché cercare spiegazioni valide per negare l’esistenza e la sua importanza, se è veramente senza importanza, validità?

L’approccio conoscitivo più profondo porta a negare consapevolmente la Realtà della manifestazione, non a negarne l’esistenza. La Manifestazione è Dio manifesto, confutarla significa negare Dio. L’irRealtà della manifestazione non la rende senza valore o negativa. Per il pensiero, tutto ciò che esiste è conoscenza, pertanto di per sé valore: ogni parola è significato e ogni significato è valore. Inoltre, i pensieri sono sì valori concettuali, ma grazie al pensiero possiamo scoprire Valori Divini, che esistono a prescindere dall’interpretazione e che il pensiero rende comprensibili. L’importante è valorizzare giustamente, valorizzando il giusto, anche svalutando l’ingiusto. La Manifestazione è irReale perché non autoesistente, non perché inesistente. Affermare che la manifestazione non esiste significa automaticamente confermare la sua esistenza, ogni affermazione esige la manifestazione. Dire che il tempo non esiste significa validarne l’esistenza, i pensieri sono inscindibili dal tempo. La manifestazione esiste come illusione, irRealtà, che esiste effettivamente e non Realmente perché, appunto, non autoesistente.

Perché dovremmo negare le necessità espressive della vita, quando essa è espressione dell’Assoluto (Origine) a cui si da tanto importanza, giustamente? La vita individuale è espressione della Vita Assoluto e tende ad esprimere vita, non morte, semplicemente perché è vita. La vita dovrebbe essere uno strumento di affermazione di sé e dell’Assoluto, non uno strumento di negazione di se stessa. In quanto Assoluto siamo il Sé Realtà, e questo è vero, senza nemmeno bisogno di cercare verità spirituali, ma se cerchiamo le verità significa che siamo spinti dal bisogno di verità, dovremmo pertanto tendere a generare verità sempre più integrali e meno integraliste.

Il raggiungimento del Supremo implica la maturazione di noi come manifestazione individuale, siamo noi stessi lo strumento conoscitivo, da ampliare, non soltanto affinare. Negando la manifestazione possiamo facilmente ostacolarci la maturazione della capacità di Conoscere il Supremo, anche se proprio con l’intento di ConoscerLo, ConoscerSi. Inteso come Beatitudine, il Supremo fa parte della Manifestazione e scoprirlo esige la nostra capacità di esserNe Cosnapevoli. L’Origine precede la Manifestazione, ma per ScoprirLa, ScoprirCi, dobbiamo maturare, appunto, la capacità di ScoprirLa, che è nuovamente una capacità del manifesto, ogni scoperta fa parte del manifesto.

Certo, durante l’Estinzione, necessaria per Scoprire l’Origine, non ci siamo in quanto individui, ma anche la capacità di favorire l’Estinzione esige un lavoro su se stessi individuo, che necessariamente è conoscenza. L’ignoranza non può produrre miglioramenti, altrimenti basterebbe aumentare l’ignoranza, nutrendoci di falsità. Inoltre, se vogliamo raccogliere qualitativamente il Potenziale seminato durante l’Estinzione, in quanto individui dobbiamo migliorarci come strumento espressivo qualitativo, che significa avere un rapporto qualitativo con Dio Origine.

I concetti illuminanti neganti la vita, in quanto irReale, in genere non producono sofferenza nel Maestro Illuminato, ma possono favorire processi entropici in lui, ma soprattutto in chi lo ascolta senza la necessaria consapevolezza, particolarmente se non in grado di affrontare assertivamente il futuro e in cerca, consciamente o inconsciamente, di giustificazioni per arrendersi, fraintendendo l’abbandonarsi positivo con la rassegnazione. Non dovremmo però sottovalutare il fatto che alcuni Maestri sono state vittime di malattie degenerative, così non dovremmo sottovalutare la nocività di concetti distruttivi per il corpo, anche se potenzialmente illuminanti, come: non sono il corpo e non so cosa farmene del corpo, che comunque non sono del tutto veritieri. Siamo anche il corpo, irReale espressione del Sé Realtà. Tra l’altro, è proprio grazie al corpo che possiamo scoprire la verità sul Sé Realtà, nel senso che il corpo è un elemento dell’individuo, senza il quale non ci sarebbe indagine, non ci sarebbe Illuminazione, in nome della quale alcuni quasi irridono il corpo stesso. Per liberarsi da aspetti limitanti degli insegnamenti, è utile considerare che i Maestri, per quanto Illuminati possono essere o soltanto sembrare, non sono una categoria sovraumana, anche se porli al di là dell’umano può essere un ottimo modo per idealizzarli, soddisfare proiezioni e speranze utili anche a non affrontare la vita nel suo complesso, nascondersi verità sui limiti del Maestro: ogni essere umano è migliorabile, pertanto limitato, come i suoi insegnamenti. Così come, in un certo senso, le colpe dei padri ricadono sui figli, i limiti del Maestro limitano gli allievi, finché l’allievo non li supera trascendendo il Maestro in quel determinato segmento limitante del suo esprimersi. L’Illuminazione è unicamente l’inizio, l’Umanizzazione può essere un costante approfondimento, miglioramento costante. Il Maestro saggio trae spunto dall’esempio positivo di chi lo stimola a superarsi.

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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