Accettarsi – liberarsi dall’idea sbagliata di errore

Spesso è più difficile perdonare se stessi[1] che altri, come si dice: perdonarsi gli errori commessi, le ingiustizie compiute. Possiamo considerare i termini ingiustizia ed errore come sinonimi: commettere un’ingiustizia significa agire in modo ingiusto, errato.

Ciò che è solitamente definito errore fatto, andrebbe visto come impossibilità di fare diversamente in quel dato momento. Ciò che è accaduto è inevitabile sia accaduto[2], altrimenti non ci sarebbe nemmeno stato l’avvenimento in questione. Attenzione, questa verità non deve essere ragione di fatalismo, ma una motivazione per rendersi percorso sempre più Umanizzante.

Un problema di molti individui ordinariamente (in)consapevoli è che immaginano di determinare, in quanto minionda individuo ordinariamente (in)consapevole, i movimenti dell’oceano. Invece li subiscono.

Quando i processi oceanici coincidono con le loro aspettative e tendenze, gli individui minionde si appropriano spesso il merito di ciò che succede. Quando, invece, le aspettative non si realizzano, accusano talvolta se stessi di incapacità, oppure fanno le vittime, anche incolpando altri. La valutazione degli eventi dovrebbe contemplare anche il nostro grado di consapevolezza e di capacità di influire positivamente sugli eventi stessi. Il fatto è che un grado insufficiente di consapevolezza e di capacità, oltre a creare problemi, rende molto ardua una valutazione qualitativa, anche perché l’analisi può facilmente trasformarsi in elucubrazione annebbiante.

Il fatto che avviene sempre l’ineluttabile non significa che non ci sono errori. Vuole semplicemente dire che se commettiamo un errore è perché non potevamo evitarlo, altrimenti avremmo fatto diversamente. Inevitabilità dell’errore, perché già accaduto, non è sinonimo di inesistenza dell’errore. Sarebbe sbagliato concludere che non abbiamo fatto un errore quando, invece, abbiamo sbagliato.

Il fatto che avviene sempre l’ineluttabile non significa che tutto è lecito, anzi: un momento di inconsapevolezza può causare una tragedia che segnerà intere famiglie. Vuole dire che ciò che abbiamo fatto va visto sia come ineluttabilità, anche per non cadere nel quadrato vizioso del recriminare, sia come motivazione a migliorarci, anche per favorire migliori situazioni future. La credenza, cara ad alcuni, che non ci sono errori, è fuorviante. L’ineluttabilità non andrebbe associata direttamente all’inesistenza di errori. In verità, non essendoci azioni perfette, ogni atto contiene un certo grado di erroneità.

Nel lunghissimo periodo l’evoluzione si risolve nel Bene[3]. In questo senso tutto è bene e in funzione del Bene. La funzionalità Umanizzante andrebbe però vista soprattutto nell’ambito dell’attuale: ora è il momento migliore per scoprirsi presenti e mettere in atto il miglioramento. L’arbitrio va nobilitato, per trascendere il destino scritto, disegnandone uno più Umanizzante, per se stessi e altri. Considerando tutto come bene, perché in funzione della Finalità Realizzazione, devono per forza esserci diverse qualità di bene.

Non accettare, gli errori del passato, significa non accettare concetti, emozioni, azioni di quel momento. Vuole dire voler essere stati qualcun altro, il che è impossibile. Dobbiamo migliorare, non errare immaginando possibile l’impossibile. Divenire qualcosa d’altro, migliore rispetto a ciò che siamo, è certamente positivo, ma possiamo farlo solo per il futuro, non prima dell’attimo che sarà.

Non accettare gli errori del passato è un ostacolo per i miglioramenti che ci auspichiamo. Non accettare è recriminare e recriminare è un impedimento, non certamente un aiuto. Gli errori non andrebbero visti come sconfitte, ma come utili indicazioni da interpretare qualitativamente. Imparare dall’errore significa fruirne come insegnamento, strumento di miglioramento, per maturare la capacità di agire sempre meglio, facendo sempre meno errori. Liberarsi dall’errore idea sbagliata di cosa significa errore, vuole dire migliorare il discernimento, che dovrebbe portare a definire la qualità di eventi, azioni, emozioni e concetti, in base alla loro funzione Umanizzante.

Accettare è accettarsi

Tendere a perdonare significa, in ogni caso, aprirsi a maggior accettazione di se stessi: l’intero mondo percepito avviene in noi, è l’esperienza chiamata mondo che generiamo, codifichiamo, in noi stessi.

Che si tratti di voler perdonare se stessi, altri o Dio, il percorso verso il perdono riguarda essenzialmente noi stessi, il miglioramento delle nostre percezioni-emozioni-interpretazioni: amico, madre, padre, fidanzata, moglie, nonno, collega di lavoro, popolo, umanità, mondo, universo, Dio…. La consapevolezza che ciò che percepiamo e ci rappresentiamo come l’altro, è una nostra esperienza, pertanto un processo interiore, può aiutare molto a migliorare la qualità del percorso verso il perdono.

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[1] Per perdonare se stessi, si può meditare con le seguenti richieste, affermazioni: Chiedo all’Origine la guarigione dall’auto rancore, e, Abbandono l’auto rancore al Perdono Infinito;

Chiedo all’Origine di maturarmi la capacità di perdonarmi; Sono aperta/o a perdonarmi totalmente.

[2] È inevitabile che sia accaduto l’accaduto.

[3] Anche nel senso che ogni processo individualizzazione è destinato a essere portato a compimento.

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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