Gratitudine, sensi di colpa e cosiddetto sacrificio familiare

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Mi sono sacrificato per te, devi essere grato per tutto quello che ho fatto per te, è una frase molto adatta a far scattare sensi di colpa, spesso soprattutto se articolata dai genitori .

Per favorire lo sviluppo dell’antidoto interiore per questo virus comunicativo, è bene riflettere consapevolmente sul suo significato, cioè senza cadere in elucubrazione. Non trascuriamo il fatto, che un giorno potremmo noi stessi ritenerci vittime di ingratitudine.

Nobilitando la domanda: chi me l’ha fatto fare? con l’intento Umanizzante, possiamo interpretarla come: Quali meccanismi comportamentali mi hanno fatto fare ciò che ho fatto?, per esempio: Quali meccanismi comportamentali sto subendo nell’esigere gratitudine?

Se ciò che facciamo per altri è qualitativo, in generale, non necessariamente sempre, essi provano un senso di gratitudine nei nostri confronti. La gratitudine è spontanea. Non è questione di baratti, imposizioni. La gratitudine è un’espressione del voler bene e dell’Amare, che non si possono certamente imporre. Per favorire la gratitudine, nostra verso altri e altrui verso noi, possiamo meditare con l’affermazione: Sono aperta/o alla maturazione dello Spazio Gratitudine Infinita.

Stimolare sensi di colpa attraverso l’idea di ingratitudine è un modo sofisticato di manipolare. Si tratta di un atteggiamento sconsiderato, anche perché stimolare i sensi di colpa è un ottimo modo per ostacolare il fiorire della gratitudine.

Non dovremmo focalizzarci in modo conflittuale su ciò che riteniamo essere ingratitudine altrui, anche perché può darsi che le nostre buone intenzioni possano aver provocato danno all’altro, e sarebbe assurdo che ci fosse grato per un danno procurato.

Per favorire la soluzione della questione ingratitudine, o presunta tale, è bene considerare che:

– nel fare qualcosa, che reputiamo essere positivo per altri, è bene rendersi conto che lo stiamo facendo anche per noi stessi, perché ci sentiamo bene a fare del bene.

– ciò che riteniamo essere un prestare aiuto, può essere vissuto dall’altra persona come disturbo, intromissione nella sua vita privata, oppure come vero e proprio ostacolo. Siamo proprio sicuri che ciò che reputiamo essere aiuto lo sia veramente? Sappiamo veramente cosa significa aiutare? Ignorare le proprie vere esigenze implica il proiettare quelle altrui, proiettiamo ciò che siamo: ignorando noi stessi e, soprattutto, Noi Stessi, siamo destinati a proiettare ignoranza esistenziale, anche se possiamo interpretarla come profonda conoscenza.

– fare qualcosa di benefico, che però non piace all’altro, può scatenare un’ondata di negatività nei nostri confronti, magari perché abbiamo turbato la sua zona di confort, mostrandoli che la situazione è diversa da come lui la immagina, stimolando a dei cambiamenti migliorativi, che però lo spaventano.

– fare molto per qualcuno non significa necessariamente fargli del bene; la qualità è insostituibile dalla quantità.  Scarica gratis i libri di Andrea Pangos

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andreapangos@gmail.com
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