Possiamo liberarci dal fatalismo soltanto agendo concretamente per il trascendimento dell’animalumano.

Responsabilità e inconsapevolezza

         Siamo stati certamente incolpevoli, nel senso di irresponsabili della nostra inconsapevolezza, fino al momento in cui non abbiamo saputo della possibilità di maturare intenzionalmente la consapevolezza, iniziando un percorso spirituale. Irresponsabili semplicemente perché non avevamo una risposta diretta per una vita più consapevole. Non sapevamo nemmeno che esistono due mondi in uno, che oltre alla via dell’inconsapevolezza esiste anche la via della consapevolezza. Quando, invece, scopriamo la possibilità di iniziare un percorso spirituale, senza però iniziare concretamente a consapevolizzarci, passiamo dall’essere irresponsabili perché senza risposta, a essere irresponsabili perché sappiamo che esiste la risposta percorso spirituale, ma non ne fruiamo.

         Certo, ci sono vari gradi e modalità di irresponsabilità. Per esempio, sentire o leggere della possibilità di evolverci spiritualmente, non significa necessariamente essere in grado di recepire il messaggio, anche perché l’attenzione selettiva dell’inconsapevolezza è focalizzata sul mondo dell’inconsapevolezza, non su quello della consapevolizzazione. Il concetto di base però è questo: se sappiamo che è possibile maturare la consapevolezza e non agiamo concretamente in questo senso, siamo irresponsabili per conoscenza, che è ben diverso dall’essere irresponsabili per ignoranza. Essere inconsapevoli della propria inconsapevolezza non può essere un errore, ma è un errore molto grave non agire concretamente per aumentare la consapevolezza, una volta consapevoli che non si è sufficientemente consapevoli.

         Certamente, la possibilità di iniziare un percorso spirituale e di percorrerlo qualitativamente, è data anche dai nostri limiti, che però vanno superati. Dobbiamo divenire fautori sempre più responsabili della nostra sempre maggior consapevolezza, anche perché osservando globalmente: la maturazione della consapevolezza è Destino ineluttabile di ogni essere umano. Diversa è la qualità del percorso di vita in vita.

         Non tendere a maturare la consapevolezza significa essere preda del fato, inteso come meccanicità, non come Finalità Ineluttabile[1]. Possiamo liberarci dal fatalismo soltanto agendo concretamente per il trascendimento dell’animalumano. Più siamo schiavi dei meccanismi animalumani più siamo impossibilitati a finalizzarci. Chi è (im)potentemente succube dell’animalumano, è simile alle specie del regno animale e vegetale, per le quali è naturale non potersi finalizzare, perché non fornite di arbitrio. Le specie animali e vegetali non possono determinare né finalità né finalizzarsi, sono destinate a un percorso vitale quasi completamente uguale ai loro pari specie. L’uomo, invece, non può definire la propria Finalità, perché ogni essere umano è un processo che porta obbligatoriamente alla Realizzazione, a un certo un “punto” dell’Eternità. Grazie all’arbitrio, l’uomo può però finalizzarsi, realizzarsi in modo specifico, diverso da tutti gli altri esseri umani.

         In quanto Idea Divina, la Finalità è già determinata di là delle possibilità umane, pertanto l’arbitrio non è uno strumento per definire la Finalità, ma per finalizzare il percorso. La Finalità è una meta inevitabile. La finalizzazione è, invece, la possibilità di crearsi con sempre maggior autodeterminazione, come percorso verso la Finalità Realizzazione. È utile considerare che la finalizzazione è anche questione di sbagli. L’arbitrio implica errori, che andrebbero visti come opportunità per affinare le capacità di finalizzazione, per migliorare la finalizzazione stessa.

[1] Intesa come realizzazione dell’individualizzazione: passaggio definitivo da individuo finito a Infinitudine individualizzata.

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