La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

La sofferenza è una forma di insegnamento, ma come affrontiamo la sofferenza? Come la interpretiamo? Le nostre convinzioni favoriscono la liberazione dal culto della sofferenza, oppure sono complici della perpetuazione di tale culto?

Cosa vogliamo imparare? Oppure: cosa dobbiamo imparare? Fino a un certo grado di consapevolezza l’arbitrio è questione di concettualità, non di vera e propria scelta. La coercizione può sembrare scelta, ma non lo è: ciò è chiaro quando osserviamo consapevolmente ciò che siamo stati. Consapevolmente, nel senso di vederci. Vederci, nel senso di veder osservare perlomeno se stessi in quanto struttura psicofisica. VederSi Veramente, esige, invece, la Consapevolezza Integrale: Essere Consapevolezza integrale.   

Alcuni interpretano l’afflizione come punizione divina. Altri, invece, la identificano con il sacrificio, interpretandola come servizio a Dio, anche nel senso: più soffro, più sono spirituale. Oppure, merito di soffrire, perché sono un peccatore e soffrire espia i miei peccati. Chi la pensa così, dovrebbe tenere presente che Dio, inteso come Persona Suprema, è anche Beatitudine. Quando si parla di sacrificio, inteso come offerta a Dio, bisogna chiedersi: quale Dio sto servendo. Dio, inteso come Persona Suprema, è unicamente Uno. Ci sono però anche entità che vengono intese come Dio. Consideriamo che molte entità si nutrono proprio di sofferenza umana. Per trovarle non serve andare chissà dove, su chissà quale piano astrale, basta incontrare qualcuno che gode della sofferenza altrui, che è anche, non soltanto, la personificazione di tali entità.

A causa di convinzioni non direttamente in linea con le vere esigenze dell’essere umano, sofferenza e sacrificio trovano un punto in comune. Un punto in comune, è però soltanto un modo di dire. Non ci sono veri e propri punti in comune, ogni punto è a sé; tra l’altro: non ci sono punti non veri e propri. In questo caso però, la soluzione risiede nella linea e non nel punto.     Esiste però una specie di linea che accomuna sofferenza e sacrificio. Nel nostro casol la soluzione sta nella linea, non nel punto. Si tratta della linea che emerge utilizzando, in modo umanizzante, i concetti di sofferenza e di sacrificio. È la linea dettata, anche, dalla comprensione di questi due concetti come sinonimi. Ciò accade quando consideriamo l’effettivo significato di sacrificio, che è rendere sacro. Rendersi sacri significa umanizzarsi, che implica afflizione umanizzante, conseguente a purificazione e consapevolizzazione. Iniziare a sacrificarsi significa anche essere passati dalla sofferenza degenerante che si perpetua meccanicamente, alla sofferenza umanizzante che è un sintomo della liberazione della meccanicità, che è, anche, il processo verso l’emersione dell’Amare e della Beatitudine.

  

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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