Ogni pensiero è un seme, pensando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

L’idea di rinunciare a tutto è un tranello concettuale che può facilmente potentemente ostacolare l’umanizzazione, ma anche, come si dice in genere: per rovinare la propria e altrui vita.

L’idea di rinunciare a tutto può essere anche un sintomo della sincerità della ricerca, nel senso che attraverso la stessa, il ricercatore può esprimere la sua abnegazione. Intesa nel senso più profondo del fenomeno, la sincerità dovrebbe però implicare la verità. Essere sinceri con falsità è una specie di ossimoro.

L’idea che possiamo rinunciare a tutto è autonegante: nega se stessa. Significa che si tratta di falsità. La spiegazione che segue potrebbe sembrare astrazione rispetto alla concretezza che, talvolta, viene espressa con l’idea: rinuncio a tutto. Consideriamo però che tale affermazione può risultare limitante, ostacolante l’umanizzazione, soprattutto quando si tratta di una decisione ferma, espressa con sentimento.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché il pensare: rinuncio a tutto, implica la rinuncia allo stesso pensare in atto: rinuncio a tutto. Implica, inoltre, il rinunciare alle conseguenze prodotte dall’aver affermato, una o più volte: rinuncio a tutto, il che è impossibile, semplicemente perché le conseguenze sono una necessità, a prescindere dalla nostra volontà. Pensare di non raccogliere ciò che si semina significa immaginare di neutralizzare la legge di causa ed effetto. Si tratta un aspetto specifico del delirio di onnipotenza.    

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto significa non rinunciare a tutto, perché affermando ciò non si rinuncia all’idea di rinunciare a tutto, perché il tutto implica anche ogni di idea di rinuncia.

Pensare rinuncio a tutto, significa anche pensare: rinuncio a tutte le intenzioni di rinunciare, quindi anche a eventuali ripensamenti, che porterebbero ad affermare: ho superato l’idea di rinunciare a tutto.

Voler rinunciare a tutto non riflette un bisogno. Semplicemente, perché i bisogni implicano possibilità realizzabili, perlomeno parzialmente, oppure almeno ipoteticamente possibili. Voler rinunciare a tutto è invece un pseudo tendere all’impossibile: è impossibile tendere all’impossibile. Voler rinunciare a tutto vuole dire volere l’impossibile.  

Siccome ogni pensiero-parola è un seme, pensando-affermando: rinuncio a tutto, favoriamo l’emersione della risposta cosmica: allora non hai bisogno di niente. Invece, abbiamo altroché bisogno di influssi qualitativi. Pensando: rinuncio a tutto, pensiamo cioè implicitamente anche: non ho bisogno di niente. Ciò può favorire l’emersione di forti disagi: fisici, emozionali, mentali, energetici, spirituali, professionali, familiari, sessuali, economici…

Pensare: rinuncio a tutto significa negare se stessi, non soltanto il proprio esprimersi. Affermare: rinuncio a tutto, significa anche affermare: rinuncio, d’ora in poi, all’esprimere l’idea di rinunciare a tutto.  

Non possiamo rinunciare a tutto, perché ciò significherebbe rinunciare anche a noi stessi, il che è impossibile.

Considerando, la verità, che in quanto Identità Reale siamo eterni, non possiamo mai rinunciare a noi stessi: ogni negazione dell’esistenza è affermazione della stessa. L’eternità è questione di irrinunciabilità.

Se consideriamo, invece, il corpo fisico come sé reale (identificazione con il corpo fisico: non considerare il corpo fisico come un aspetto del Nostro esprimerci, Nostro in quanto Identità Reale), allora l’idea di rinunciare a tutto comporterebbe anche l’idea di rinunciare al corpo fisico. Si tratterebbe di eutanasia, oppure autoeutanasia, o perlomeno del viatico verso l’eutanasia autoassistita. L’eutanasia mal autoassistita non è peraltro una rarità. Anzi, è un modo di definire anche il suicidio a lungo termine, reso possibile dall’incapacità di vivere veramente, dettata dall’essere solo apparentemente nati. Non nel senso dell’essere consapevoli che, in Realtà, siamo innati, ma nel senso che non si favorisce la fioritura del seme offerto dalla nascita del corpo fisico, pertanto anche sella struttura psichica. La vita vera esige umanizzazione come viatico alla Vita Reale, attraverso la Risurrezione.    

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare a Dio, che è proprio il soggetto per cui molti vorrebbero realizzare la missione impossibile di rinunciare a tutto.

Cosa significa voler rinunciare a Dio quando Dio è Tutto? Espresso diversamente: cosa vuole dire: voglio rinunciare a tutto, quando come Dio si intende la Persona Suprema, cioè l’Origine di tutto il resto, cioè Origine del Proprio esprimersi. Intendendo Dio come Persona Suprema, tranne Dio Persona Suprema, tutto è espressione di Dio Persona Suprema.

È bene considerare anche che l’umanizzazione non è questione di esclusione, ma di integrazione. Non è quindi questione di rinunciare veramente a qualcosa, ma di fruire di tutto (incluso Dio e noi stessi) in modo umanizzante, cioè integrante. L’idea di rinunciare può facilmente favorire la repressione, mentre uno dei processi fondamentali dell’umanizzazione è l’emersione. La repressione può portare a eversione interiore, cioè alla distruzione di, almeno parte, di ciò che già abbiamo realizzato positivamente.

Rinunciare a tutto significa anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. Anzi, significa anche rinunciare a rinunciare al bene, all’umanizzazione e a tutto. Più precisamente, essendo impossibile rinunciare a tutto:  voler rinunciare a tutto significa voler anche rinunciare al bene, all’umanizzazione. R

Voler rinunciare al voler rinunciare al voler rinunciare…. è il circolo vizioso concettuale, che ben rappresenta il circolo vizioso in cui incappa chi è posseduto dall’idea di voler rinunciare a tutto, perché magari posseduto dall’idea che bisogna rinunciare a tutto, forse perché non consapevole del fatto che rinunciare a tutto è una missione impossibile anche per Dio stesso.

Possiamo forse rinunciare al fatto di essere figli biologici dei nostri genitori biologici?

 Possiamo forse rinunciare all’aria, all’acqua, al cibo? Anche nutrendosi di prana, si tratterebbe pur sempre di cibo.

In quanto entità noi dipendiamo, primariamente da Dio, poi dal nostro ambiente. Il cosmo intero è una catena alimentare.

Voler rinunciare a tutto è un’assurdità. Certo, in generale, chi dice semplicemente:  voglio rinunciare a tutto, non riflette nel modo suddetto. La menzogna però rimane tale, il mentirsi esiste a prescindere dalle “buone” intenzioni, che per essere veramente buone devono basarsi sulla verità. La struttura delle menzogne è molto abile a infiltrarsi nel mondo delle intenzioni solo apparentemente buone.

Rinunciare all’idea di rinunciare a tutto: Oh, che sollievo!

Preferisco fruire in modo direttamente umanizzante di tutto, cioè anche del fruire stesso Profumo di verità.

Informazioni su Andrea Pangos

andreapangos@gmail.com
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