Non dualità – come trascendere l’aspetto mitologico degli insegnamenti non duali? Finché non conosciamo direttamente, siamo noi stessi esseri mitologici.

Essenzialmente, gli insegnamenti non duali sono spiegazioni indicanti che Uno è tutto. L’insegnamento non duale è cioè l’insegnamento dell’Uno senza secondo. L’ultima frase significa anche che l’insegnamento non duale, rappresenta pure l’esporsi dell’Uno in forma di concetti sulla non dualità. Colui che scrive è un esprimersi dell’Uno che racconta di Sé. Tra l’altro, gli stessi concetti sono inevitabilmente aspetti dell’Uno senza secondo. Inevitabilmente per ciò che concerne la prospettiva dell’insegnamento non duale, nel senso che secondo tale insegnamento esiste un’unica esistenza e tutto ne fa, chiaramente, parte. Chiaramente, l’insegnamento può essere più o meno qualitativo, sia dal punto di vista concettuale, sia per ciò che concerne la qualità dei processi non verbali correlati ad esso. Questo libro rappresenta anche l’ambizione, intesa come fenomeno positivo, a realizzare una filosofia sulla non dualità. Filosofia intesa come superamento del mito, che per quanto veritiero possa essere è sempre una credenza, cioè una specifica forma di ignoranza. Affinché un insegnamento non sia mitologico, perché filosofico deve offrire concetti incontrovertibili. Nel caso dell’insegnamento non duale, deve cioè, tra l’altro, esporre risposte incontrovertibili alle domande: Cos’è l’Assoluto?, ovvero Perché l’Assoluto è l’Assoluto?, ma soprattutto: Perché soltanto Uno è?, e, Cosa significa che Soltanto Uno è? Intese nel senso giusto, queste domande sono modi diversi di chiedersi la stessa cosa, ma la loro diversità favorisce una maggior complessità verbale, che dovrebbe, comunque, fungere come base per una sintesi concettuale ed esperienziale. I miti possono essere anche molto utili, ma soltanto usandoli come aiuto per il superamento degli stessi possiamo liberarci dall’epiteto di fedele, credente: perché conosciamo direttamente ciò in cui prima soltanto credevamo, per sentito dire, per averlo letto. Affinché lo studioso superi il confine della mitologia, deve fruire dei miti in modo da spiegarseli in modo incontrovertibile, sia dal punto di vista esperienziale sia per ciò che concerne la comprensione concettuale. Finché non comprendiamo a fondo, cioè finché soltanto crediamo, siamo noi stessi esseri mitologici. Per ciò che concerne gli insegnamenti spirituali il superamento della mitologia non riguarda soltanto la comprensione concettuale incontrovertibile, che implica la capacità di dimostrare in modo incontrovertibile la verità a cui ci si riferisce, ma implica anche il passaggio a gradi coscienziali-esistenziali superiori, in modo da sperimentarsi come Ciò che la verità concettuale indica.

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È veramente possibile non credere a nulla? Cosa significa credere in se stessi?

È veramente possibile non credere a nulla?

Non credere a nulla significa credere in qualcosa. L’idea di non credere a nulla è cioè una menzogna. Generalmente, chi è ricco di certezze è povero di dubbi, insensibile al tesoro del dubitare consapevolmente. 

L’idea di non credere a nulla, significa anche che si sta credendo a se stessi come soggetto che afferma di non credere a nulla. Specificando, in generale,  l’idea di non credere significa implicitamente che si sta credendo nella credenza se stessi, cioè in ciò che si pensa, nel senso di credere, di essere.

Per pensare giustamente riguardo se stessi è necessaria enorme consapevolezza. Per chi non si Conosce Veramente e per chi sa di non sapere veramente chi è, la parola io è soltanto apparente  certezza, vale a dire un’incertezza di cui  ignora l’esistenza, proprio perché è certo di sé. Apparente certezza è però soltanto un modo di dire, non ci sono certezze apparenti, che sono incertezze, perché manca la conoscenza necessaria, affinché vi sia certezza. 

Tralasciamo pure le domande: Perché io?, Perché sono?, Perché l’io?, Perché io sono io?, Sono veramente io?, che sono state comunque esposte per favorire dubbiosità da affrontare consapevolmente.     

Limitiamoci ai questi: Chi sono io?, Cos’è l’io?, più che sufficienti all’indagatore onesto  per sapere di aver affermato innumerevoli volte: io, senza veramente sapere chi o cosa è l’io, coè a chi si riferiva quando dice(va): io. A chi mi riferisco, riferivo, con la parola: io? Io chi? Chi utilizza(va) la parola io? Dire: io, senza conoscerSi, significa affermare qualcosa credendo di sapere ciò che in verità non si sa, conosce, cioè se stessi, o meglio ancora: Se Stessi.    

Torniamo ora ad affrontare in modo direttola questione: non credere a nulla. Non credere a nulla è impossibile. Affermare: non credo a nulla, è simile all’asserire: non cammino verso qualcosa. L’unico modo per non credere è conoscere. Non possiamo credere in ciò che conosciamo, non soltanto pensiamo di conoscere. La conoscenza può essere definita come cognizione senza minima credenza. 

È impossibile non credere proprio a nulla. L’idea di non credere a nulla, significa soltanto credere di non credere a nulla, anche perché,  in verità, si crede nell’idea di non credere a nulla; ovvero si è posseduti dall’idea credenza: non credo a nulla. In questo caso, il cosiddetto nulla è comunque un qualcosa. Non credo a nulla, significa: credo a qualcosa che definisco con il concetto di nulla. Il pensiero: non credo a nulla, è pertanto una specifica forma di ignoranza. L’idea di non credere a nulla, indica, infatti, che si sta ignorando di ignorare di star credendo in qualcosa, che soltanto si indica con il concetto di nulla. Non credere a nulla è soltanto un modo di pensare, immaginare, di non credere a nulla.

Affermare: non credo a nulla, può per esempio, significare: non credo in Dio, non credo nella soluzione del problema, che significa anche credere che il problema è irrisolvibile; il che è la negazione dell’idea di non credere a nulla.

Non credere in Dio significa: non credo nell’esistenza di ciò che intendo, viene inteso, come Dio. Credere in Dio, significa, invece, credo in ciò che intendo, viene inteso, come Dio. In ambedue i casi si tratta di ignoranza. Nel primo caso, se veramente si conosce, in modo da poter escludere in modo incontrovertibile, l’esistenza di ciò che è definito Dio, si dovrebbe affermare: posso dimostrare in modo incontrovertibile che non esiste ciò che viene definito come Dio. Altra soluzione potrebbe essere: conosco direttamente, in modo incontrovertibile, ciò che viene indicato dal concetto di Dio, ma non credo, oppure escludo in modo incontrovertibile, che esso possa fare ciò che gli viene attributo. Chiaramente il concetto di Dio ha moltissimi significati, pertanto si dovrebbe spiegare cosa si intende con il concetto di Dio.  

Un caso estremo del concetto di: non credo a nulla, è l’espressione generalizzante: non credo nel futuro. Consideriamo il fatto che tale pensiero inizia nel presente e si svolge in ciò che è futuro rispetto al momento in cui il pensiero è iniziato, si sviluppa cioè grazie a ciò in cui si afferma di non credere. Diverso è affermare: non credo possano esserci miglioramenti in futuro. Essendo il futuro inevitabile, affermare di non credere nel futuro, significa negare l’evidenza dei fatti, ì negando il passato e il presente.  

La credenza è comunque una forma di conoscenza, senza conoscenza non potrebbe esserci nessuna credenza, come potremmo credere in qualcosa essendo senza alcuna conoscenza? Possiamo credere durante il sonno profondo? Certo, indagando sul sonno profondo, ovvero sul concetto di sonno profondo, potremmo, forse, arrivare ad affermare lecitamente che il sonno profondo, ovvero il concetto di sonno profondo, è lecitamente associabile alla credenza, al concetto di credenza, al fatto che anche durante il sonno profondo ci sia la possibilità di credenza.

 Riflettere sul rapporto tra credenza e sonno profondo, può comunque aiutare a riflettere sul fatto che, in verità, anche l’ordinario stato di veglia è sonno profondo, liberando così dalla credenza che per essere svegli basta aprire gli occhi. La stessa espressione, intesa nel senso ordinario del termine: aprire gli occhi, come anche l’dea di chiudere gli occhi, è comunque credenza. In verità, ciò che si intende è: abbassare e alzare le palpebre, anche su pure queste definizioni non sono propriamente esatte, ma più veritiere rispetto al chiudere e aprire gli occhi,  che sono maggiormente associabili a un’operazione chirurgica.

La soluzione è essere senza credenza, perché si è conoscenza. ConoscerSi è l’unico modo per non credere in se stessi. Per quanto positiva possa essere, in alcuni casi, l’attitudine a credere in se stessi, esprime comunque ignoranza esistenziale. Essenzialmente: credere in se stessi, significa: ignorarsi.

Pur essendo una carenza rispetto la conoscenza, la credenza può però essere una risorsa, come nel caso quando si crede in qualcosa di positivo, per esempio quando si crede nella forza della preghiera, soprattutto quando si crede che la forza della preghiera può essere aumentata. Credendo in ciò, ci si può applicare seguendo tale credenza e maturare così la capacità di pregare. In questo caso, la credenza è comunque destinata a scomparire, perché migliorando la qualità del proprio pregare, si diventa prova a se stessi, ma anche ad altri che hanno la possibilità di comprendere le nostre aumentate capacità, che le capacità di preghiera possono essere aumentate investendo sforzo qualitativo, anche per far emergere lo stato senza sforzo.

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Non dualità – Coscienza Integrale e identità tra coscienza ed esistenza

Non dualità – Coscienza Integrale e identità tra coscienza ed esistenza

Questo è uno degli argomenti trattati durante i miei corsi online, per maggiori informazioni potete scrivermi a andreapangos@gmail.com

La Coscienza Integrale è caratterizzata dall’Essere Tutto. La Coscienza Integrale non esclude nulla, nemmeno l’Essere Tutto altrui, perché in Verità si Conosce Tutto come Se Stessi. La Coscienza Integrale è il Soggetto senza oggetto, perché la Coscienza Integrale non sperimenta le forme come altro da Sé. La Coscienza Integrale è caratterizzata dalla piena coscienza che esiste un’unica Coscienza e che tutte le forme sono Sue forme. Affermare che la Coscienza Integrale è caratterizzata dalla piena coscienza che…, significa quindi asserire che la Coscienza Integrale è anche… (ciò). 

La Coscienza Integrale è caratterizzata dalla piena coscienza che basilarmente identità e coscienza sono lo stesso, cioè che l’Esistenza Originale è la Coscienza Originale. Si tratta di due modi diversi di definire lo stesso Elemento: Esistenza Originale – Coscienza Originale, che è l’Elemento irriducibile.  

La Coscienza Integrale ha due aspetti che sono, chiaro, aspetti dell’unica Coscienza, cioè Esistenza. Il primo è l’aspetto Coscienza dell’Esistenza, il secondo è l’aspetto Esistenza della Coscienza. Ciò si può esprimere anche nel modo seguente: il primo è l’aspetto Coscienza della Coscienza, il secondo è l’aspetto Esistenza dell’Esistenza. Perché allora definire con due nomi diversi lo stesso elemento? Probabilmente perché si è abituati a pensare separatamente esistenza e coscienza, che è la base del materialismo, inteso come corrente di pensiero che ritiene la coscienza un epifenomeno dell’esistenza, intesa, in questo caso, come organizzazione della complessità necessaria per produrre coscienza. Indagando però profondamente sulla coscienza, cioè sull’esistenza, elevandosi cioè sempre più in profondità verso l’irriducibile Coscienza – Esistenza Originale, si scopre che la distinzione in coscienza – esistenza si fa sempre più flebile. 

La distinzione in coscienza ed esistenza è una forma di dualità. In verità esistenza è coscienza, cioè coscienza è esistenza, soltanto che per realizzare veramente ciò bisogna elevarsi, profondersi, fino da “agguantare” l’Irriducibile Esistenza – Coscienza Originale, e poi constatare concettualmente l’Identità tra Esistenza Originale e Coscienza Originale, più precisamente che si tratta di due modi diversi di definire l’Indifferenziato. 

La coscienza è esistenza e l’esistenza è coscienza su ogni livello esistenziale, ma sono senza differenziazione soltanto sul piano Indifferenziato, cioè sulla Base da cui scaturisce ogni differenziazione. Più precisamente, la coscienza è sempre esistenza, cioè l’esistenza è sempre coscienza, ma possono essere intese come qualcosa di diverso, nel senso che la formazione di entità, elementi, scaturiti dall’Indifferenziato, può far pensare che queste forme (entità, elementi) siano l’esistenza, mentre la coscienza è qualcos’altro. 

Tra l’altro, le forme basilari, sono nell’ambito dell’Assoluto, che non è rilevabile dalla prospettiva della Manifestazione. Per rilevare l’Assoluto bisogna essere l’Assoluto stesso, cioè essere continuità di coscienza “oltre” l’esistenza della Natura.

La Natura è l’elemento che emerge quando l’interazione tra le forze (che nell’ambito dell’Assoluto era pienamente sincronizzata), non ha più il grado di sincronia necessario per rendere possibile lo stato Assoluto, cioè la Dinamicità Assoluta, che osservata dall’esterno può sembrare Assolutamente statica. Per comprendere meglio ciò, possiamo fare l’esempio dell’arco, che apparentemente è statico, ma rappresenta comunque tre forze in equilibrio. Equilibrio reso possibile dalla corda che collega i due estremi del “bastone piegato”, che rappresenta l’altra parte dell’arco. L’arco sembra un elemento statico, ma in verità è dinamicità equilibrata. Ciò vale per tutte le forme di staticità tranne la Staticità Assoluta, che è una caratteristica della Coscienza-Esistenza Originale; Staticità Assoluta che è senza inerzia.  In questo contesto la Natura può essere associata al concetto di Natura Naturans, soltanto che la Natura non trae la propria realtà da se stessa, in due sensi. Primo, essa deriva dallo stato Assoluto. Secondo, la formazione delle forme manifeste, cioè l’organizzazione della Natura, esige l’intervento dello Spirito. Si tratta del Padre Spirito che feconda la Madre Natura, per far nascere il Figlio Cosmo Naturale.      

Intesa nella sua natura essenziale, cioè non organizzata, la Natura è talvolta intesa come nulla, che a sua volta è identificato come elemento primo e ultimo, dal quale, semplificando, per così dire, le cose emergono per essere e ritornano quando cessano di essere. Va comunque considerato che qualcosa non può diventare altro da sé, pertanto: ciò che non è non può diventare cioè che è e ciò che è non può diventare ciò che non è. La trasformazione non riguarda mai il singolo elemento, ma sempre l’ambiente che contiene l’elemento in questione ed altri elementi; ambiente che è a sua volta un elemento intrasformabile. Il divenire è questione di organizzazione dei potenziali del “nulla”, non il nulla che diventa qualcosa e poi ritorna a essere “nulla”. Tra l’altro, il nulla non esiste. Affermare che c’è il nulla, significa affermare che è qualcosa; l’inesistenza non esiste, l’esistenza dell’esistenza sarebbe comunque esistenza. Comprendere che il nulla, cioè la natura non ancora organizzata, non è il fondamento ultimo, bensì deriva dallo stato Assoluto, uò aiutare a trascendere i concetti nichilistici indicanti, semplificando, che tutto ciò che è è destinato a essere nulla. Il divenire, cioè il sorgere dall’apparente nulla,  andrebbe invece inteso come strumento di sincronizzazione, grazie al quale l’ìnterazione delle forze può riequilibrarsi in modo che l’entità che esse formano, possa emanciparsi dalla caducità, riottenendo lo stato Assoluto: si tratta dell’essenza di ciò che è chiamato percorso di Illuminazione. 

      Utilizzando tutti i concetti formulati sinora possiamo concludere che Esistenza e Coscienza sembrano due elementi diversi, perché si è abituati a ponderare in modo viziato, cioè dall’esperienza di separazione tra soggetto e oggetto, perché il proprio ponderare si basa sulla distinzione in Spirito – Natura. La Verità è, invece, lo Stato Assoluto, senza distinzione in Spirito Natura. Tra l’altro, lo Spirito e la Natura rappresentano il rapporto basilare soggetto – oggetto, a livello di Manifestazione, intesa come stato non Assoluto, cioè non caratterizzato dalla Dinamicità Assoluto, pertanto dall’assenza di inerzia.  

Trascendendo elementi inferiori di noi stessi, possiamo essere continuità di coscienza-esistenza, cioè coscienza-esistenza continuata, su piani sempre più elevati, fino a riconoscerci Assoluto senza distinzione in Spirito – Natura, senza distinzione in soggetto e oggetto, fino a “agguantare” l’Indifferenziato, che è anche Evidenza Assoluta che non ci può essere differenza vera tra esistenza e coscienza.  

Tutto ciò è anche un modo per descrivere l’importanza della domanda Chi Sono?, o meglio ancora: Chi Sono in Realtà?  

Questo è uno degli argomenti trattati durante i miei corsi online, per maggiori informazioni potete scrivermi a andreapangos@gmail.com

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Volgersi verso il conoscitore è l’aspetto primario del percorso spirituale, anche perché favorisce la liberazione dalla schiavitù del mondo oggettuale, causata dall’aver perso di vista se stessi, cioè il conoscitore.

Volgersi verso il conoscitore è l’aspetto primario del percorso spirituale, anche perché favorisce la liberazione dalla schiavitù del mondo oggettuale, causata dall’aver perso di vista se stessi, cioè il conoscitore.
Volgersi verso il conoscitore significa, essenzialmente, aumentare la propria qualità vibrazionale. Più ci eleviamo, aumentiamo la qualità del nostro vibrare, maggiore è il conoscitore che possiamo scoprire di essere, fino a giungere alla scoperta del Conoscitore di là di ogni vibrazione.
Nessun elemento può divenire altro da sé, conoscere aspetti superiori di sé significa che siamo anche gli aspetti superiori. In verità non ci eleviamo, ma favoriamo l’elevazione in noi stessi, cioè il presentarsi di gradi di coscienza più elevati. Espresso precisamente, elevazione non significa elevarsi, non vuole dire passare a un grado di coscienza più elevato. Semplicemente perché un determinato grado di coscienza non può divenire altro da sé.

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L’arbitrio non è un optional per nessuno, ma le scelte veramente qualitative sono un’opportunità che per troppi è soltanto un miraggio. Esigono la decisione di volgersi verso il Superiore.

Fare ciò che si vuole?

Dopo aver pensato: voglio fare… (cioè voglio fare ciò che voglio), può essere molto utile chiedersi:

  • –  posso non fare ciò che voglio?
  • –  posso fare ciò che non voglio?
  • –  quale parte di me vuole fare quella determinata cosa,pur essendo nociva, perché?
  • –  quale parte di me non vuole fare quella determinatacosa, pur essendo positiva, perché?
  • –  cosa significa fare qualcosa?
  • –  si può fare niente?
  • –  si può non fare niente?

La maturazione spirituale può essere intesa come passaggio dal diritto potenziale alla Libertà, al sentire molto concretamente il dovere di liberarsi, per il bene proprio e altrui, per Essere Libertà. L’arbitrio non è un optional per nessuno, ma le scelte veramente qualitative sono un’opportunità che per troppi è soltanto un miraggio. Esigono la decisione di volgersi verso il Superiore.

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Se i genitori Amano i figli perché li fanno sentire in colpa?

Amare, genitori-figli e sensi di colpa
Se i genitori Amano i figli perché li fanno sentire in colpa?

Consideriamo, innanzitutto che i genitori non fanno veramente sentire in colpa i figli: ognuno può sentire, sperimentare, unicamente se stesso. Il comportamento genitoriale può, però, favorire la produzione di sensi di colpa nei figli. Come già espresso, ogni esperienza è prodotta unicamente da chi ne fa esperienza: è esperita soltanto da chi la produce. Tutte le esperienze sono autoesperienze, è impossibile sperimentare l’esteriore.

Una risposta più diretta, e per molti meno piacevole, alla domanda: perché i genitori fanno sentire in colpa i figli?, è che soltanto rarissimi genitori Amano. I sensi di colpa escludono l’Amare, che a sua volta non favorisce la creazione di sensi di colpa. Eventualmente, chi stimola a sentirsi in colpa, in quel dato momento genera voler bene, caratterizzato però anche dal fare del male, perché favorisce, appunto, i sensi di colpa.

In quanto senza sensi di colpa, l’Amare libera dai sensi di colpa, non li favorisce. L’Amare può però far emergere sensi di colpa nell’amato, perché illuminando il suo spettro psicofisico, l’influsso dell’Amare lo aiuta a notare ciò che prima non scorgeva. Illuminando lo spazio delle menzogne, l’Amare favorisce la visione di preesistenti meccanismi interiori colpevolizzanti.

L’Amare esige grande consapevolezza, mentre voler bene può essere soltanto una buona abitudine. Agire regolarmente per maturare la consapevolezza è una buona abitudine, ma l’Amare non è proprio un’abitudine. L’Amare è soprattutto una conseguenza della buona abitudine di tendere a maturare spiritualmente, che implica la maturazione della capacità di Amare, anche, soprattutto, per realizzare la capacità di Essere Amore.

Chi conosce l’Amare, perché Ama, può molto consapevolmente costatare che l’idea che i genitori Amano i figli è una leggenda metropolitana. Se ci fosse Amare tra genitori e figli:

  • i genitori non proverebbero e non favorirebbero sensi di colpa;
  • i conflitti sarebbero perlopiù evolutivi;
  • ci sarebbero molto meno problemi ordinari,generalmente dettati dall’ignoranza esistenziale, che esperienzialmente è lontananza dalle qualità Amore e Beatitudine;
  • ci sarebbe potente Umanizzazione delle dinamiche famigliari;
  • a una certa età i figli sarebbero molto saggi;
  • la creatività prevarrebbe sempre più sullameccanicità,
  • ci sarebbe molto più tendere all’essere, pertantosempre più libertà dalla modalità del dover apparire.
    Non Amando in generale, non si possono Amare nemmeno i figli. Confondendo il voler bene con l’Amare, molti affermano di Amare. Invece soltanto vogliono bene, ma lo
  • chiamano Amare.
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Qual è il rapporto tra sensi di colpa e sacrificio?


L’idea: se non ripago chi si è sacrificato per me sono un egoista, è una mappatura concettuale limitante, direttamente legata ai sensi di colpa. Per liberarsi da questa limitazione, può essere molto utile considerare l’effettivo significato del concetto di sacrificio, che deriva dal latino sacrificium: sacer + facere, “rendere sacro“.

Sacrificarsi significa pertanto rendersi sacri, trascendendo l’inferiore che rappresentiamo, in modo da divenire il Superiore a cui miriamo.

Sacrificarsi per altri significa, invece, rendersi sacri agendo per altri. Le espressioni: rendersi sacri attraverso l’interagire con altri, ovvero, rendersi sacri aiutando altri, sono perciò più corrette dell’espressione sacrificarsi per altri.

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