Un passaggio evolutivo fondamentale è passare dal desiderio di voler ottenere piacere, al desiderio di voler donare piacere, anche perché si è compreso che donare piacere offre maggior piacere che ricevere. Si tratta dell’essenza dell’altruismo, dell’aiutare altri.

Il piacere di donare

Un passaggio evolutivo fondamentale è passare dal desiderio di voler ottenere piacere, al desiderio di voler donare piacere, anche perché si è compreso che donare piacere offre maggior piacere che ricevere. Si tratta dell’essenza dell’altruismo, dell’aiutare altri. Tale elevazione del desiderio è generalmente un processo graduale, ma il momento in cui si decide, anche senza formulare concettualmente, in modo specifico, di donarsi sempre più, è un momento fondamentale di se stessi in quanto percorso spirituale. Il concetto di donare piacere va inteso come: aiutare altri a stare meglio, cioè a sentirsi meglio. È però bene considerare cosa significa effettivamente sentirsi meglio. Idee sbagliate sul sentirsi meglio, possono facilmente favorire dinamiche malate. Consideriamo sempre che piacevole non è sinonimo di positivo, mentre spiacevole non significa necessariamente negativo. In quanto “piacere” massimo, la Beatitudine dovrebbe essere il punto di riferimento per ciò che concerne la ricerca del piacere. La Beatitudine è un aspetto del Bene Assoluto, perciò è sicuramente bene tendere a riconoscersi in quanto Beatitudine. Aiutare altri a soddisfare un meccanismo negativo, cioè un’abitudine insana, può farli sentire meglio, ma in modo deleterio. Non significa certo aiutarli a sentirsi veramente meglio. Aiutare essenzialmente altri significa favorire l’Umanizzazione. Aiutando consapevolmente altri aiutiamo anche noi stessi: maturiamo spiritualmente, ci rendiamo percorso spirituale migliore.

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Il risveglio spirituale è ben altra cosa da quello solo concettuale. Destarsi spiritualmente implica il miglioramento di sé, l’Umanizzazione. Il risveglio concettuale può, invece, riguardare soltanto il cambiamento di concetti, tra l’altro il modo in cui ci si definisce, magari con idee di stampo spirituale.

Maturando spiritualmente, non diventiamo uno con l’esistenza. Semplicemente perché siamo già uno con l’esistenza totale. Uno, nel senso che non siamo e non possiamo essere separati dal resto. Noi siamo esistenza e l’esistenza è una, come potremmo essere divisi dal resto? Così come le onde non sono separate dall’acqua, così noi non siamo separati dal resto. Essere altro da altri non significa essere separati da altri.

Essere esistenza specifica nell’ambiente unica esistenza, questo significa essere altro da altri. Non esiste alterità per l’unica esistenza. La differenziazione è l’unica attività possibile dell’unica esistenza. La stessa maturazione della Consapevolezza Integrale, che porta a scoprire l’unità, è differenziazione. Siamo altro da altri, ma non siamo veramente divisi da nessuno. La vera eterogeneità implica la consapevolezza riguardo l’omogeneità, che implica la consapevolezza dell’omogeneità. Espresso diversamente, per vedere giustamente è necessaria la Consapevolezza Integrale.   

L’esistenza è sempre senza separazione, ma in quale misura siamo consapevoli di questa unità? Soltanto sappiamo, nozionisticamente, dell’unità, oppure ne siamo consapevoli esperienzialmente? Il risveglio spirituale è ben altra cosa da quello solo concettuale. Destarsi spiritualmente implica il miglioramento di sé, l’Umanizzazione. Il risveglio concettuale può, invece, riguardare soltanto il cambiamento di concetti, tra l’altro il modo in cui ci si definisce, magari con idee di stampo spirituale. Chi matura spiritualmente sa benissimo l’enorme differenza che intercorre tra l’occuparsi di temi spirituali e maturare spiritualmente.

Il cosiddetto superamento dei confini della separazione, non è un vero e proprio trascendimento della separazione. Gli stessi confini fanno parte della totalità, sono anche simboli di unità tra ciò che si pensa essere separato. Lo spazio è infinito, più precisamente l’infinito, pertanto non ci può essere divisione; l’infinito è senza fine perché senza inizio. Rispetto ai propri contenuti, lo spazio può essere considerato come loro contenitore, ma non è un contenitore, altrimenti sarebbe automaticamente contenuto in qualcos’altro; ogni contenitore è finito.  

Nulla è veramente separato dal resto della totalità: la totalità è indivisibile, altrimenti non sarebbe la totalità. La totalità non è l’insieme di più parti, le parti sono aspetti della Totalità. Basilarmente, la totalità è senza parti, che sono isole che compaiono in lei. Rispetto al concetto di indivisibile, essendo il significato della parola individuo: indivisibile, possiamo intendere la Totalità come individuo basilare. Da ciò possiamo anche intendere Dio come Individuo primario.

  

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Più il nostro perno identitario dipende dall’esterno, più la struttura psicofisica è manipolabile. Ignoranza di sé e Sé significa anche manipolabilità. Noi non possiamo mai perdere l’identità, ma ignorandoCi siamo obbligati a immaginarci,

L’identità è questione di continuità. L’uscire dalla zona di confort può essere difficile, anche perché può succedere che la scomparsa della continuità ambientale, favorisca la cessazione della continuità identitaria, con cui si identificava se stessi. Semplificando, non ci si ritrova più come prima, perché non ci sono gli appoggi esteriori conosciuti prima. Si pensi al trasferimento in una città in cui c’è difficoltà a integrarsi, cioè anche ritrovarsi. Ancora più drastici possono essere i mutamenti dovuti al percorso spirituale, quando non si cambia dimensione esistenziale, che può essere vissuto come cambiamento ben più profondo, come anche traumatico, del cambiare città. Il fenomeno della notte buia dell’anima, è un esempio molto concreto di ciò che può significare lo stress da Umanizzazione.  

La soluzione primaria a queste situazioni è maturarsi come appoggio a se stessi, che significa essere sempre più consapevoli di sé e Sé. Più il nostro perno identitario dipende dall’esterno, più la struttura psicofisica è manipolabile. Ignoranza di sé e Sé significa anche manipolabilità. Noi non possiamo mai perdere l’Identità, ma ignorandoCi siamo obbligati a immaginarci, rischiando così anche l’immaginare di aver perso l’identità: immaginare di aver perso l’identità, anche non constatando di averla persa, ma semplicemente sentendosi smarriti,  fa anch’esso parte dell’Identità Reale.     

 Umanizzandoci non perdiamo l’identità, ma la ridefiniamo in meglio, anche perché ci conosciamo meglio. Non si tratta chiaro di una ridefinizione solo concettuale, anzi. Elevazione spirituale è anche ridefinizione dell’identità. Si tratta della continuità identitaria in verticale, cioè del risalire il percorso espressivo dell’Identità Reale, anche per donare all’Identità Reale maggior complessità esistenziale, soprattutto grazie alla sintesi delle esperienze prodotte e comprese sui piani espressivi dell’Identità Reale. L’Identità Reale esiste però a prescindere dal proprio esprimersi.  L’Identità Reale è la reale continuità esistenziale.

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Le interpretazioni altrui possono essere migliori o peggiori delle nostre, più o meno veritiere, ma il punto è che non sono nostre, frutto di nostre conclusioni. È giusto cercare interpretazioni altrui veritiere, che però vanno usate in modo illuminante, in modo da poter formare noi stessi migliori interpretazioni, per realizzare migliori convinzioni.

Le nostre convinzioni si formano in base alle nostre interpretazioni, che sono determinate dalle nostre convinzioni.

In ciò bisogna considerare che molte convinzioni non sono nostre, perché non si basano su interpretazioni nostre, bensì altrui. Le interpretazioni altrui possono essere migliori o peggiori delle nostre, più o meno veritiere, ma il punto è che non sono nostre, frutto di nostre conclusioni. È giusto cercare interpretazioni altrui veritiere, che però vanno usate in modo illuminante, in modo da poter formare noi stessi migliori interpretazioni, per realizzare migliori convinzioni.

 Non dobbiamo però essere preda delle convinzioni. Sono anche potenziali pregiudizi, che sono anche la base delle proiezioni. Il pregiudizio può essere definito come   interpretare in base a ciò che siamo convinti, non in base a ciò che dovremo sapere. Le nuove conoscenze, esperienze, dovrebbero essere semi di migliori interpretazioni, non bersaglio di proiezioni.  Le interpretazioni dovrebbero perciò essere dinamiche, dovremmo cioè lasciar aperto alle interpretazioni tutto ciò che può migliorarle. Un modo per fare ciò è porre un punto di domanda alla fine delle nostre convinzioni, ma anche alle interpretazioni.  Ciò può far parte dell’interpretare consapevolmente.  

Esulando dal campo concettuale, le intuizioni sono senza pregiudizi. Le deduzioni conseguenti all’intuizione sono comunque soggette alle convinzioni. Le interpretazioni non possono essere mai totalmente fuori da nostro sistema di pensiero, anche perché dipendono dal linguaggio, che è anch’esso un insieme di interpretazioni-convinzioni.

Se la nostra convinzione è che non siamo capaci, perché ci è stata installata questa idea, non riusciremo a valorizzare ciò che facciamo, perché saremo fuorviati dall’idea di non essere capaci, pertanto di non aver fatto abbastanza bene. Per favorire la soluzione della questione, possiamo usare la seguente affermazione meditativa: Mi apro a riconoscere e superare le cause dell’idea di non essere capace. Possiamo poi chiederci: cosa significa fare le cose bene? Ciascuno di noi ha dei limiti espressivi e, oltre ad aver un significato obiettivo, il fare le cose bene ha un valore soggettivo. In questo senso, fare le cose bene significa farle, con la massima dedizione possibile, che è anche un esercizio di maturazione della consapevolezza. Nel definire cosa significa fare le cose per bene, è bene considerare che oltre al risultato finale è importante l’attenzione che ci abbiamo messo, attimo dopo attimo. L’attenzione implica consapevolezza e la maturazione della consapevolezza è lo scopo fondamentale dell’essere umano. Seminando bene e curando bene il seminato, è naturale raccogliere bene.

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I sette chakra e la realizzazione delle sette identità – corso online di Andrea Pangos

Lo scopo primario del corso è favorire la realizzazione delle sette identità, attraverso il lavoro sui sette chakra.


Settimo chakra – identità cosmica
Sesto chakra – identità archetipica
Quinto chakra – identità creativa
Quarto chakra – identità sociale
Terzo chakra – identità mentale
Secondo chakra – identità emozionale-sessuale
Primo chakra – identità esistenziale

Il corso è indicato a chi desidera:
– favorire la realizzazione integrale (spirituale – materiale, interiore – esteriore)
– aumentare il grado livello di consapevolezza,
– migliorare la qualità ed efficienza del lavoro su se stesso,
– maturare la Presenza Integrale (Essere qui e ora),
– migliorare il rapporto con se stesso e il prossimo,
– guarire il passato e ottimizzare il futuro,
– aumentare le sincronicità interne ed esterne;
– ricevere un metodo evolutivo
– neutralizzare blocchi emozionali e programmi mentali limitanti relativi a:malattie, lavoro, situazione economica, dinamiche familiari, rapporto di coppia, sessualità, maturazione spirituale, creatività, vita sociale, viaggi, progetti personali, amicizie.
– realizzare i propri potenziali positivi, anche per aiutare gli altri a realizzare i loro.
– maturare come centro consapevole di trasformazione positiva della vita interiore ed esteriore.I due scopi fondamentali del corso sono:
1) trasmettere il metodo evolutivo per realizzare le sette identità
2) attivare e maturare il maggior numero possibile di processi risolutiviIl metodo comprende un ampio spettro di esercizi, che permettono un approccio flessibile, in base alle specifiche esigenze del singolo e delle sue tempistiche. Basandosi sugli esercizi proposti, ciascuno può cioè modellare il proprio programma di lavoro.Il corso sarà condotto da Andrea Pangos.
https://www.facebook.com/andrea.pangos.5
andreapangos.it


Il corso si terrà tramite ZOOM, mercoledì 12.05.2021 dalle 21:00alle 22:30.Per iscriversi per piacere scrivetemi a andreapangos@gmail.com
Contributo: 20,00 eur, invece di 35,00

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Differenza tra forza di volontà e Forza Volontà. Cos’è la giustizia divina e perché non esiste ingiustizia Divina? I mezzi non giustificano lo scopo.

Il terzo chakra è anche il chakra della forza di volontà, che può essere fruita in modo molto fuorviante. Il potenziale della volontà di potenza dovrebbe sincronizzarsi con la Potenza Volontà, che è l’aspetto primario dell’esprimersi dell’Identità Reale. Disporre della forza di volontà necessaria, perché si manifesti qualcosa di deleterio è certamente negativo. Il danno immenso che l’uomo sta generando a livello ambientale è anche un’indicazione molto chiara di cosa significa fruire negativamente della forza di volontà.

L’idea che lo scopo giustifichi i mezzi, è una giustificazione fuorviante, atta a garantire l’impunità dell’“inconsapevolezza”. La giustizia non ha bisogno di giustificazioni. Giustificarsi può essere inteso come accomodare, in modo apparentemente conveniente, la concettualizzazione riguardante un evento. Apparentemente conveniente perché si tratta di un mentirsi, fuorviarsi.

La giustizia non è questione di giustificarsi. La giustizia è esatta, semplicemente perché è l’applicazione giusta di leggi cosmiche garantenti l’ordine cosmico, più precisamente il ripristino dell’Ordine Originale, cioè lo Stato Originale, caratterizzato anche da Onnipresenza, Onniscienza e Beatitudine. Intesa in questo senso, la giustizia è il processo senza deviazioni, conseguente all’ordine (emanazione con proposito) dell’Ordine Stato Originale (abitato da Identità Reali), affinché le vibrazioni trasmigranti (decadute) possano essere reintegrate nello Stato Assoluto, grazie alla loro corretta sincronizzazione.

La giustizia è azione corretta, pertanto non necessitante di giustificazioni, che però possono manifestarsi pur avendo agito giustamente, perché si subisce il meccanismo dell’impellenza a giustificarsi, spesso carburato dai sensi di colpa.

Lo scopo non giustifica i mezzi ingiusti (che è un modo di tre, perché come vedremo poi, non esiste nulla di totalmente ingiusto): fruire dei mezzi giusti fa parte dello scopo, che è raggiungere uno scopo giusto con mezzi giusti. Maggiore è il grado di consapevolezza, più siamo in linea con leggi cosmiche via più superiori, anche perché agiamo da un piano esistenziale superiore a quello precedente. L’aumento del grado di consapevolezza è la via verso l’uso di mezzi sempre più giusti per realizzare scopi sempre più elevati: l’identità cosmica, relativa al settimo chakra, è ben diversa dall’identità egoica – mentale inferiore, correlata al terzo chakra. Aumentare il grado di consapevolezza è il modo diretto per diminuire il grado di “ingiustizia” (consideriamo però che: sintetizzando, tutto è giusto, ma ci sono diverse qualità di giustizia: maturare spiritualmente significa anche essere più giusti con se stessi. Tendere a essere giusti significa esprimere la volontà di allinearsi con l’Ordine Assoluto, rendendo giustizia a sé, cioè individuandosi con la maggior qualità possibile.

Il concetto di giustizia richiama spesso all’idea di giustizia divina. La questione concernente la giustizia divina è semplice: non esiste giustizia non divina, non esiste ingiustizia divina. Tranne Dio tutto è Divino: Dio è Dio, non divino, e tutto il resto è espressione di Dio, perciò Divino. Il concetto di Divino non dovrebbe essere rigidamente associato alla Luce, anche le tenebre hanno la loro funzione nell’esprimersi di Dio.

Semplificando, la giustizia divina è ciò che regola l’esprimersi di Dio, cioè il Divino, in base al proposito divino.  Dio è, invece, di là di giustizia e ingiustizia; quest’ultima non esiste effettivamente: tutto ciò che è, ha ragione di essere proprio così com’è in un dato momento. Non esistono sistemi isolati, tutto è correlato. Tra l’altro, se soltanto una cosa nell’ambito del cosmo sarebbe sbagliata, lo sarebbe tutto il cosmo, perché, idealmente, cambiando la cosa che riteniamo ingiusta, sostituendola con ciò che riteniamo giusto (riempendo cioè lo spazio con il “giusto”), tutto il resto del cosmo risulterebbe ingiusto, anche perché la cosa, secondo noi ingiusta, è/era un risultato dell’intera attività cosmica e precosmica (intesa come Stato Originale).  

Volendo usare il concetto di ingiustizia, possiamo eventualmente usarlo per affermare che è ingiusto non rispettare le leggi che favoriscono il ripristino dello Stato Originale, pertanto l’Umanizzazione, che è un processo che non riguarda soltanto l’essere umano terrestre. Non si tratta però di un’ingiustizia, perché anche l’ignoranza ha determinate leggi, anche perché determina effetti. La possibilità di sbagliare è un’opportunità evolutiva basata sul principio dell’arbitrio. Sbagliare è anche l’opportunità di correggere: la via verso la Verità è un errare, che non porta però alla Verità, la Quale emerge con la scomparsa dell’errare e dell’errante: questo è un modo per definire il conoscersi per riconoscerSi.

Se, tranne Dio, tutto il resto non fosse soggetto alla giustizia divina, ovvero se tutto il resto non fosse giustizia divina, Dio non sarebbe l’Onnipotente, perché incapace di amministrare giustamente il proprio esprimersi. Là dove ci sembra non ci sia presenza di Dio, oppure: presenza divina, è perché manchiamo di comprensione. Come abbiamo più volte scritto, non esiste male assoluto. Il male è uno strumento evolutivo, offrente, tra l’altro  la possibilità di scegliere il bene. Ciò non è un invito a perpetuare il male: dobbiamo tendere a essere bene sempre maggiore, affinchè emerga il Bene Assoluto, di là della dicotomia bene – male (bene diretto – bene indiretto).

Il suddetto non significa essere insensibili alla sofferenza altrui, anzi: la sensibilità esige però anche lucidità. La sensibilità cosmica emerge dopo aver superato la soglia del dolore cosmico, che può essere inteso come stress cosmico e conseguenti vibrazioni trasmigranti (caduta) che ha portato alla necessità della formazione (non creazione) del cosmo come strumento di ripristino esistenziale, che porta a ciò che possiamo definire Illuminazione, o meglio ancora: Risurrezione.

L’idea che qualcosa sia ingiusto deriva dal fatto che un qualcosa non coincide con le proprie idee di giustizia; anche le cosiddette ingiustizie fanno parte della giustizia divina. Se fosse diverso, Dio, ovvero il suo esprimersi sarebbe ingiusto.  Maturando la visione integrale, comprendiamo che anche quelle che prima ci sembravano ingiustizie, anche quelle subite personalmente, non erano veramente tali, perché facevano parte di un progetto più ampio, che non riuscivamo a scorgere. Tutto ciò non è un invito al fatalismo, anzi: gli eventi sono così come sono anche a causa della meccanicità comportamentale.  Migliorando noi stessi, superando i meccanismi inferiorizzanti, Umanizzandoci, introduciamo cause superiori, che determinano conseguenza migliori.

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Terzo chakra-livello esistenziale e potere personale. Sensazione di non essere all’altezza. Realizzazioni, fallimenti, frustrazioni e senso di vergogna per aver “fallito”.

Il terzo livello esistenziale è anche il livello del potere personale. Questa possibilità è data dal fatto che questo livello è, anche, il piano esistenziale della mente concreta, grazie alla quale il singolo può comprendere il mondo, i rapporti, le proprie capacità, le proprie ambizioni,  quindi decide che vuole realizzarle. Senza la mente concreta non ci può essere alcuna decisione o progettualità, perlomeno non sul piano dell’uomo terreste.

Il primo livello (esistenziale) e il secondo livello (sessuale – emozionale) sono senza concettualizzazione. Si tratta di livelli istintivi ed emozionali, pertanto privi della capacità di comprendere, decidere, fare delle scelte. Sui primi due livelli non c’è nemmeno la possibilità di crearsi un’idea di sé che funga da ego, inteso anche come centro sul quale si base l’agire basato sulle idee di sé. 

Il potere personale è molto limitato rispetto al potere dei livelli superiori, ma è un potere che la società odierna riconosce, pertanto può portare molti benefici. Benefici che  però spesso sono limitanti, perché non inglobati in una prospettiva integrale, includente l’elemento spirituale. I benefici sono limitati e limitanti, perché rispecchiano un’idea molto limitata di sé, anche se può essere considerata una grande personalità.

Il potere personale è spesso messo in secondo piano, oppure rinnegato da alcuni insegnamenti spiritali. Si tratta di un approccio non ottimale, perché così facendo si impedisce la realizzazione dei potenziali positivi del terzo chakra, pertanto influisce negativamente anche sul funzionamento dei chakra superiori. Tale negatività è minore se si vuole diciamo così scindere l’attività dei chakra superiori da quelli inferiori, ma non si tratta della scelta ottimale, soprattutto per chi conduce una vita esteriormente ordinaria (lavoro, rapporto di coppia, famiglia…), che ha bisogno di un approccio integrale alla vita, pertanto anche ai chakra.

Il potere personale inserito in un contesto superiore è molto positivo. Le stesse capacità legate al potere personale del terzo livello possono essere strumenti molto utili, in alcuni casi indispensabili, anche per chi si esprime dal settimo, ma anche dall’ottavo livello esistenziale. Realizzare il rapporto tra i chakra superiori e quelli inferiori è fondamentale per chi punta all’integralità. Negare i chakra inferiori, perché ritenuti legati ad attività, per così dire, “non spirituali” è uno degli abbagli di tipo spirituale; abbagli di tipo spirituale e non abbagli spirituali, perché la spiritualità è senza abbagli. Tutti i chakra sono espressioni dell’Identità Reale, pertanto negare un livello esistenziale, rappresentato anche da un determinato chakra significa negare il Proprio esprimersi (di Sé Identità Reale); significa cioè darsi la zappa sui piedi, che rappresenta ciò che possiamo definire stupidità esistenziale, nel senso di azione che nuoce all’evoluzione, non soltanto al raggiungimento di obiettivi non direttamente evolutivi; questa specificazione è necessaria perché essendo tutto esistenza, non può esistere stupidità non esistenziale. Il concetto di obiettivi non direttamente evolutivi va, invece, inteso come: tutto ciò che concerne il campo evolutivo fa parte dell’evoluzione, pertanto non esiste nulla di veramente non evolutivo; direttamente evolutivo è ciò che favorisce direttamente l’evoluzione, intesa come maturazione spirituale, ovvero come  realizzazione dell’integralità.   

Essendo il terzo livello, anche il livello delle capacità, chi agisce da questo livello si identifica spesso con ciò che fa, con ciò che riesce a realizzare. La capacità di realizzare qualcosa fa sentire di essere all’altezza della situazione. “Purtroppo”, molto spesso si tratta di realizzare le aspettative altrui, magari perdendo di vista le proprie esigenze. “Purtroppo” è virgolettato perché anche essere schiavi del dover realizzare le aspettative altrui, fa comunque parte del percorso di maturazione, che però prevede lo svincolo da tale coercizione.

La possibilità di realizzare è però sullo stesso piano della possibilità di non riuscire a realizzare qualcosa, anche le aspettative altrui. Ciò apre il campo alla frustrazione e alla vergogna.  Frustrazione e vergogna perché non si è riusciti a fare qualcosa e si definisce ciò come fallimento. Un buon modo per liberarsi dall’idea di fallimento, è riconoscere la verità che non esistono fallimenti veri e propri. L’individuazione è un percorso lunghissimo, per non dire eterno, e ogni tentativo è un tentativo di trovare una soluzione. Nessuna caduta è una caduta definitiva. Ciò non andrebbe inteso però in modo fatalistico. È vero che infine tutti realizzeremo il proposito del proprio manifestarci nel cosmo, come microcosmo. È però anche vero che dobbiamo applicarci nella massima misura possibile a maturare spiritualmente. Dobbiamo, nel senso che tale è la spinta che viene dal Superiore, cioè che è dettato dal nostro Proposito, ciò per cui abbiamo deciso di esprimerci attraverso un corpo fisico.

Si tratta di ciò che possiamo definire ispirazione spirituale, che è direttamente collegata all’entusiasmo, inteso come spinta a dare gioiosamente interamente se stessi, che è chiaramente un tendere all’Integralità. L’entusiasmo è dato dall’emergere del Superiore e porta a riconoscerci superiormente, da ciò anche la gioia che accompagna l’entusiasmo. L’entusiasmo è accompagnato anche dal senso di gratitudine, perciò è un fenomeno altamente evolutivo, che possiamo favorire, per esempio, con le seguenti affermazioni, oppure richieste meditative: Mi apro all’aumento infinito dell’entusiasmo; Chiedo alla Reale Identità la realizzazione del campo dell’entusiasmo; Mi apro a consapevolizzare l’entusiasmo Divino.  

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La fondamentale importanza spirituale del corpo fisico e come superare le paure esistenziali

La fondamentale importanza spirituale del corpo fisico e come superare le paure esistenziali

Tutto è esistenza, non esiste non esistenza. Tutte le paure sono perciò necessariamente esistenziali. In genere però, con il concetto di paure esistenziali si intendono quelle riguardanti l’esistenza fisica, che indica anche l’identificazione del sé con il corpo fisico: io sono il corpo fisico.

Chiaramente, il corpo fisico ha una funzione evolutiva fondamentale, pertanto va valorizzato come strumento individualizzante. Maturando spiritualmente diminuisce l’identificazione con il corpo fisico, perché si è consapevoli che si esiste a prescindere dal corpo fisico. Maturando spiritualmente aumenta però anche la consapevolezza dell’importanza del corpo fisico, tranne quando siamo fuorviati da idee del tipo: il corpo è un’illusione, oppure addirittura: il corpo fisico è un limite per lo spirito.

La nostra vita fisica, cioè il nostro esprimerci attraverso un corpo fisico, è potenzialmente un’opportunità immensa, di cui possiamo fruire in minor o maggior misura. In verità, dobbiamo fruire nella massima misura possibile del nostro manifestarci attraverso il corpo fisico. Dobbiamo quando possiamo, perché i meccanismi comportamentali, il grado di “inconsapevolezza” propria e della collettività, impedisce il poter della consapevolezza e obbliga al dovere dell’“inconsapevolezza”. La parola inconsapevolezza è virgolettata perché non esiste inconsapevolezza totale; “inconsapevolezza” può essere inteso come insufficiente grado di consapevolezza.

Avere il volante in mano, è ben diverso dal dover sedere al posto di guida con le mani legate dietro la schiena. Senza il grado necessario di consapevolezza, le predisposizioni sono destinate a essere ineluttabilità. Le predisposizioni sono le lettere, il destino è ciò che viene scritto nel libro vita. Le pagine del libro vita non possono rimanere vuote, perché la vita è anche continuità di impressioni. La questione è: da chi è scritto il libro? L’autore esprime, chi non esprime subisce. Disponendo del necessario grado di consapevolezza (ovvero: essendo il necessario grado di consapevolezza), siamo a noi a scrivere. In caso “contrario”, è l’ “inconsapevolezza” a scriverlo. Essere sufficientemente consapevoli significa proporre, mentre non essere sufficientemente consapevoli significa subire.  

Il corpo fisico è sì irReale rispetto ai piani esistenziali superiori, che esistono a prescindere dal corpo fisico. Ciò non significa che non è importante: tutt’altro!  Il corpo fisico è un veicolo espressivo dei piani superiori. È stato realizzato proprio per agire su questo piano di densità materiale, per imparare a gestirlo. Il corpo fisico va pertanto nobilitato. La salute fisica non è importante solo per la durata e la qualità (intesa in senso ordinario) della vita fisica, è importante soprattutto per la qualità della vita intesa come strumento consapevolizzante. Essendo la vita fisica un veicolo dello Spirito, la qualità della vita fisica va determinata proprio in quanto è in funzione della maturazione spirituale, più precisamente: integrale (sostituire il concetto di Illuminazione con il concetto di: integralità può essere molto produttivo, evolutivamente intendendo). Lo Spirito imprime lo scopo, il corpo fisico è indispensabile per eseguirlo.

Va inoltre considerato che il corpo fisico è il riflesso di Atma (Pensatore, Principio Io Sono, Ahamkara), che è lo stato esistenziale più elevato della struttura settenaria umana, che è espressione dell’Identità Reale. Si tratta anche del piano esistenziale basilare del sistema solare, cioè della struttura che nella letteratura esoterica è chiamata Antico Saturno. Sulla formazione di questo campo esistenziale, pertanto anche della base del corpo fisico, hanno influito le entità spirituali più elevate. Prendersi cura consapevolmente del corpo fisico è anche segno di gratitudine a esse. Consapevolizzare il corpo fisico significa anche favorire il riconoscimento di queste entità e della loro azione, il che è un processo fondamentale del conoscere se stessi e Se Stessi.     

Tutto ciò non significa attaccamento al corpo fisico, ma ottimizzazione della sua funzione come nostro veicolo espressivo.  Chiaro che per esprimerci come essere umano terrestre, ovvero attraverso noi stessi essere umano terrestre, è necessario il corpo fisico. La nostra esistenza, più precisamente: l’esistenza che siamo, non dipende dal corpo fisico. Esistiamo a prescindere del corpo fisico, ma il corpo fisico è indispensabile per esprimerci sul pianeta terra. Noi non dipendiamo dal corpo, ma il nostro esprimerci sì. In un certo senso, però dipendiamo anche dal corpo, nel senso che i piani superiori del nostro spettro identitario (dello spettro identitario che siamo) maturano anche grazie alle esperienze e comprensioni rese possibili dal veicolo corpo fisico. La dipendenza non è qualcosa di negativo a priori. Ciò che è negativo, è la dipendenza negativa, che è la dipendenza da ciò che lede l’Umanizzazione. Negativo in senso relativo, perché conoscendo lo scopo della manifestazione si sa che tutto è a fin di bene, ma c’è il bene diretto e il bene indiretto, che si presenta anche in forma di ostacoli. La stessa “inconsapevolezza” non è un male assoluto, ma è un bene, perché l’ “inconsapevolezza” è un gradino della maturazione della consapevolezza. Il ragionamento dualistico può essere molto fuorviante, anche perché la vita è un arcobaleno che, giustamente interpretato, indica la via verso la scoperta della Luce Originale.

Alcuni affermano che che una volta ottenuta l’Illuminazione il corpo fisico non serve più. In un certo senso hanno ragione, se come Illuminazione si intende il completamento dei processi necessari per non avere più la necessità di incarnarsi, più precisamente: esprimersi attraverso un corpo fisico. Quando si legge o sente dire di Illuminazione, bisogna però considerare che questo termine è utilizzato per indicare molti fenomeni. Pertanto è bene chiedersi: Cosa intendo io come illuminazione?, Ho idee chiare su cosa intendo come Illuminazione, oppure uso la parola: Illuminazione, senza veramente sapere a cosa mi riferisco?, A cosa si riferisce l’autore del libro, o il conferenziere, quando usa la parola illuminazione? Dobbiamo evitare di parlare per sentito dire, perché altrimenti non parliamo veramente, perché veniamo detti.  

Appurato che è vero che una volta ottenuta l’Illuminazione, il corpo fisico non è più una necessità fondamentale per il singolo in questione, è però bene considerare che la sua presenza sul piano fisico può risultare positivamente determinante per molti. A prescindere da ciò, possiamo considerare anche che la presenza fisica sul pianeta terra offre l’opportunità di combinazioni evolutive impossibili senza il corpo fisico., da integrare nell’ambito Illuminazione, per nobilitarla. La qualità Illuminazione è unica. Semplificando possiamo definirla come: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Il contenuto dell’Illuminazione può però essere più o meno ampio, il che implica capacità espressive minori o maggiori; diciamo così: diverse specializzazioni nell’ambito dell’individuazione sfociata in Illuminazione. Il contenuto dell’Illuminazione può essere inteso anche come quantità di vibrazioni sovrapposte nell’ambito del nucleo Identità Reale. In quanto Identità Reale (Purusha), siamo ciò che esteriormente appare come buco nero. Lo spazio è, diciamo così, tappezzato di buchi neri. La differenza sostanziale tra il buco nero al centro della nostra galassia e noi buco nero, non è il principio buco nero, ma la capacità del buco nero al centro della galassia di gestire processi immensamente maggiori di noi buco nero, Identità Reale.

     

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Superare le paure: dobbiamo considerare che noi stessi siamo un progetto di Noi Stessi. In quanto Identità Reale ci esprimiamo, anche attraverso molte vite, per realizzare un proposito. Tale Progetto non può non andare a buon fine.

La paura è essenzialmente una reazione istintiva al sentirsi minacciati in quanto esistenza, ma anche come espressione di sé, nel senso che si ha paura di non poter realizzare un determinato progetto. 

Come in tante altre occasioni, per non dire praticamente sempre, anche in questa possiamo trarre molto beneficio dalla domanda: Chi sono io?, oppure, ben diversa: Chi sono in Realtà? 

Ciò che definisco come espressione di sé, dipende da ciò che intendo come io, che può essere inteso come centro di ogni mia espressione, mia perché correlata al centro chiamato: io.  Se ci identifichiamo con il corpo fisico, intenderemo nostra espressione le attività del corpo fisico. Se ci identifichiamo con la mente, cioè se riteniamo che la nostra identità, o perlomeno il centro da cui parte ogni nostra attività è la mente, allora intenderemo anche ogni pensiero come nostra espressione. Bisogna però sapere che ci sono vari livelli di mente, che non è soltanto quella collegata alla mente, scriviamo così, cerebrale  e agli organi di senso fisici. 

Così come abbiamo la struttura identitaria, abbiamo anche la struttura espressiva, cioè vari livelli del nostro esprimerci. 

Se ci identifichiamo con il corpo fisico possiamo riconoscere come nostra espressione soltanto le azioni del corpo fisico, come se fosse egli stesso a compierle, mentre il corpo fisico è un veicolo, non colui che compie le azioni: l’automobile non può guidare se stessa. La guida automatica non fa parte della macchina di per sé, ma è un simulatore aggiunto facente funzione del guidatore.  

Ben diverso è il nostro modo di intendere quando siamo consapevoli dell’Identità Reale. Allora il corpo, fisico, l’attività emotiva, l’attività mentale, e tutti i piani fino all’Identità Reale sono riconosciute come espressioni di Sé Identità Reale. Si tratta di un elemento fondamentale delle dinamiche esistenziali, è il discernimento dell’Identità Reale dal Suo esprimersi.   

  Abbiamo scritto che le paure derivano anche dall’insicurezza di poter realizzare i progetti, insicurezza che deriva da elementi interiori, ma anche da ostacoli esteriori; dobbiamo però considerare che gli ostacoli esteriori sono in una determinata misura degli ostacoli interiori. Agire per risolvere i blocchi interiori è il modo essenziale per non favorire la comparsa di ostacoli esteriori, che sono un simbolo a cui donare il significato giusto, che essenzialmente è: guardati dentro. 

Dobbiamo inoltre considerare che noi stessi siamo un progetto di Noi Stessi. In quanto Identità Reale ci esprimiamo, anche attraverso molte vite, per realizzare un proposito. Tale Progetto non può non andare a buon fine. La vita fisica è molto importante, non va certamente relativizzata in senso assoluto, nel senso di dire: tanto è tutto relativo; tra l’altro, se tutto fosse veramente relativo, lo sarebbe anche la stessa affermazione che tutto è relativo. La relatività è però sana quando si comprende che la vita fisica è relativa, rispetto all’Identità Reale che non lo è, perché ha durata eterna e il Suo (Nostro) Progetto verrà sicuramente realizzato.  Chiaro che tutto è bene ciò che finisce bene, ma il fatto è che tutto è bene: diretto oppure indiretto. Carota o bastone? A noi la scelta. L’Umanizzazione è la via della carota, la disumanizzazione la via del bastone, ma tutto è destinato a compiersi bene.

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Ricordiamoci che dove c’è Amore non c’è paura. L’idea di aver paura di Amare è un ossimoro. Nessuno ha paura di amare. Ciò di cui si ha paura è il viaggio ignoto verso l’Amare, con tutti i meccanismi comportamentali da superare.

Aver paura di affrontare le paure fa parte dello spettro delle paure. Per superare questo meccanismo, può risultare molto utile ricordarsi della seguente dinamica: la paura bussò, il coraggio andò ad aprire, ma non trovò nessuno.

Iniziare a superare la paura di affrontare le paure significa decidere di affrontarle consapevolmente. Consapevolmente nel senso di maggior presenza di sé, maggior radicamento, maggior lucidità. La paura è essenzialmente presente nella misura in cui non ci siamo Noi: la Consapevolezza Integrale è senza paure. Non ci siamo Noi, nel senso che non c’è lo Stato Originale: Noi Sempre siamo, ma noi (sé) dobbiamo riconoscere Ciò.

Aver paura significa anche subire, anche perché passivi, cioè incapaci di esprimere le proprie dinamiche. Non agire aumenta la paura; potremmo anche affermare che non agire implica la paura di vivere. Agire consapevolmente, invece, libera dalle paure. Affrontarle porta a toccare con mano la situazione. Non affrontarle porta ad immaginarle, magari ingrandendole, farcendolo con proiezioni, aumentando la complessità delle paure con l’aggiunta di paure relative ad altre situazioni. Le paure immobilizzano, mobilizzarsi fa perciò parte della soluzione della questione paure. Le paure congelano. Riscaldarsi, attivando maggior energia vitale, focalizzandosi sul cuore per scaldarsi di Amore, è una per sciogliere le paure.

Ricordiamoci che dove c’è Amore non c’è paura. L’idea di aver paura di Amare è un ossimoro. Nessuno ha paura di amare. Ciò di cui si ha paura è il viaggio ignoto verso l’Amare, con tutti i meccanismi comportamentali da superare. Si tratta dell’uscire dalla cosiddetta zona di confort e della paura derivante dall’uscirne. Si tratta di un’assurdità: se fosse veramente una zona di confort non ci sarebbe nessun bisogno di uscire da essa. In verità si tratta di una zona di relativa sicurezza e passare il confine, oppure il solo pensare di valicarlo, implica l’emersione di insicurezza. Le paure sono figlie di insicurezze: chi è sicuro non ha certamente paura. La vera Zona di Confort siamo Noi Stessi, Identità Reale: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Ampliare la Zona di Confort significa maturare la Consapevolezza Integrale.

La paura del cambiamento è logica, mentre la paura del miglioramento è illogica, anche se comprensibile, perché implica l’ignoto. Agire consapevolmente porta automaticamente miglioramenti, agire consapevolmente è una soluzione anche per la paura del mero cambiamento. Agendo consapevolmente, sentendo consapevolmente, pensando consapevolmente evitiamo sicuramente il mero cambiamento, perché certamente miglioriamo. Pensare al cambiamento può produrre stress, tendere al miglioramento favorisce la gioia, che è anche la soglia dell’Amare.

Temere il miglioramento significa temere l’evoluzione, cioè temere se stessi: noi siamo evoluzione, che è se stessa nella misura in cui si evolve. Dobbiamo tendere ad evolverci nella maggior misura possibile, nel miglior modo possibile; le due modalità coincidono, sono modi diversi di definire lo stesso miglioramento. Chi teme la malattia, farebbe bene a considerare che non tendere consapevolmente ad evolversi è malattia di per sé: negazione, repressione, di sé espressione di Sé.

Temere l’evoluzione è una paura fondamentale, perché ostacola ciò per cui ci siamo incarnati, più precisamente ciò per cui ci esprimiamo attraverso l’incarnazione. Noi non ci incarniamo mai. Né mortali né immortali: la verità è che siamo innati, considerando la nascita, altrimenti nemmeno questo. Non finiamo mai, perché mai siamo iniziati, perché da sempre esistenti. L’illusione di poter – dover morire, può aumentare la possibilità che invece di essere strumento di individualizzazione della Libertà, la vita fisica sia campo di concentramento di abbagli e paure. La convinzione che ci sono solo due cose certe: la nascita e la morte, è assurda. Non solo perché di mezzo c’è la vita fisica, ma, soprattutto, perché Noi né nasciamo né moriamo, ma ci esprimiamo anche attraverso la vita fisica. Siamo la Vita e la vita non può morire: sarebbe come affermare che l’acqua brucia.

Le presunte sicurezze si basano sull’ignoranza di sé, per conoscere il sé e il Sé bisogna affrontare l’ignoto, che spesso combacia con la zona insicura, anche se si tratta della miglior soluzione possibile. Non è detto che ciò che conosciamo sia il meglio, anzi: il più delle volte e ciò che solo crediamo essere il meglio.

Per conoscere se stessi bisogna riconoscere, accettare, constatare consapevolmente, anche il peggio di se stessi, ma conoscersi è sicuramente meglio che immaginarsi. Tranne nel caso si voglia una vita immaginata; non si tratta però nemmeno di un volere, ma di dovere: la mancanza della necessaria consapevolezza esclude la scelta propriamente intesa. Non si tratta comunque di un caso, si tratta della regola pressoché incontrastata. Chi non si conosce, non può che immaginarsi e l’identità immaginata non può certamente ambire a una vita vera.

Siamo pienamente appagati dalla vita che anche siamo, come espressione di Sé? Per rispondersi in modo incontrovertibile, bisogna conoscersi come Vita Piena: Onnipresenza – Onniscienza – Beatitudine. Perché? Perché si tratta dello Standard Esistenziale, tutto il resto dell’esperienzialità è un’espressione parzializzata, pertanto parzializzante, di Tale Stato, che caratterizza l’Identità Reale nello stato pienamente coerente, senza distinzione in Spirito – Natura.

L’Identità Reale è senza paure. Liberarsi dalle paure significa anche minare l’identità immaginata, farlo significa anche smettere di aver paura di se stessi. Le paure sono nostre (chi si Conosce è senza paure), sono cioè paure di sé, paure facenti parte del sé. Certo, ci sono pericoli direttamente incombenti di cui è naturale aver paura, ma l’Identità Reale è Prima e Oltre la Natura.

Bisogna discernere paure derivanti da pericoli effettivi, che mettono in pericolo l’esistenza e paure derivanti da paure immaginarie. Considerare che la nostra esistenza, l’esistenza che Realmente Siamo (Identità Reale) non è mai in pericolo, non è mai minacciata, è un modo per diminuire le paure. Ciò non dovrebbe però essere una scusa per non affrontare le paure, liquidando il tutto con espressioni del tipo: tanto è tutto un’illusione, non mi tange. Tutto ciò di cui si ha paura ci tange. Non tange certamente noi Identità Reale, ma concerne sicuramente il Nostro esprimerci, che dobbiamo valorizzare, non negare.

Maturare la consapevolezza significa anche passare dall’aver paura, all’essere consapevoli del pericolo, fino a conoscerSi senza pericolo alcuno. La paura può salvare, fa parte dell’istinto di autoconservazione, ma la Vita Vera è senza paure. Non tendere a ConoscerSi è un pericolo, anche perché l’ignoranza di sé e Sé attira pericoli, anche come moniti evolutivi; metodo del bastone.

La paura e il senso di pericolo non fanno parte di Noi Identità Reale, ma sono elementi del nostro esprimerci, aule di insegnamento, da superare per scoprirCi, in modo ascendente (perché in quanto Identità reale Ci Conosciamo da sempre), senza pericolo alcuno.

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