Umanizzarsi, perché?

Umanizzandoci miglioriamo emozioni e concetti, influendo positivamente anche sulla salute fisica e sulla vita in generale.

Umanizzandoci stiamo meglio e possiamo aiutare altri a stare meglio, concorriamo a creare un mondo migliore.

Umanizzandoci maturiamo la Vera Identità. Umanizzandoci diveniamo divenire Autentici, altrimenti siamo destinati a essere fotocopia parziale di altri.

Umanizzandoci ci riconciliamo con noi stessi e il mondo e la Pace è sicuramente da preferire al conflitto.

Umanizzandoci guariamo dai traumi e meno ferite abbiamo più siamo sani, positivi per noi e altri.

Umanizzandoci ci conosciamo meglio e conoscersi è preferibile all’ignorarsi, anche perché meglio ci sappiamo più possiamo comprendere gli altri e migliorare la qualità dei rapporti.

Umanizzandoci ci liberiamo dall’attaccamento a passato e futuro in favore del Presente, per Essere Veramente.

Umanizzandoci possiamo scoprire Dio cosa significa che Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza.

Umanizzandoci, convertiamo la vita da circolo vizioso in Circolo Virtuoso.

Umanizzandoci esprimiamo sempre meglio, attraverso l’attività fisica, senziente e mentale, le Qualità di Noi Stessi Io Spirituale: Volontà-Amore-Intelligenza.

Umanizzandoci, rispondiamo concretamente, maturando la consapevolezza, non soltanto evolvendoci nozionisticamente, alle domande esistenziali Chi Sono?, Cosa devo fare?, Dove devo andare?

Umanizzarsi , semplicemente perché Umanizzazione significa evoluzione umana. Più l’evoluzione si evolve, più è Se Stessa: evoluzione in Elevazione.

Tendere a essere sempre più Se Stessi, cioè simili in modo particolare al Superiore, è un processo cosmico fondamentale, che possiamo definire: Similirizzazione attraverso la Particolarizzazione, che è un modo diverso di definire l’Umanizzazione, cioè di interpretare in senso profondo il concetto di individualizzazione.

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Lotta dei segmenti identitari: Chi sono io? Cos’è l’Io?

L’interrogarsi: perdono, non perdono?, è un dialogo tra vari segmenti identitari, portatori di varie convinzioni. Andrebbe considerato che la domanda: voglio o non voglio perdonare?, è più corretta di: perdono o non perdono?, perché, come già scritto precedentemente, il perdono non è un qualcosa che si decide, non è praticamente mai la conseguenza immediata delle decisione di perdonare. Chiedendosi perdono o non perdono, ci si sta chiedendo, in effetti, se si intende iniziare il percorso verso il perdono o no.
Bisogna dar voce alle parti che propendono per l’inizio del percorso verso il perdono, in modo da liberarci dagli io rancorosi. Questo può portare a conflitti evolutivi, che sono sicuramente meglio della falsa “pace” derivante dal seppellire il vociferare interiore. Il perdono è anche questione di sincerità con se stessi.
Perdonare aiuta a liberarsi da segmenti identitari negativi, diminuendo così il numero di pellegrini interiori spaesati. Il percorso Umanizzante è anche un tragitto di liberazione dalla moltitudine di pellegrini interiori in favore di Uno. Una Destinazione spirituale fondamentale è rappresentata da un unico Pellegrino e non è più nemmeno ricerca di Dio, perché si è trasformato in qualitativa espressione Divina: Vera Identità. Il percorso verso il perdono è un passo verso il Divino, il rancore restringimento dell’umano.
Le espressioni: voglio perdonare e sto avvicinandomi al perdono, possono essere un’opportunità per indagare su se stessi, chiedendosi: Chi io?, Sono uno, oppure ci sono decine di segmenti di me, ognuno con la sua identità, i suoi desideri, meccanismi, concetti, emozioni?
Un motivo molto importante per cui spesso il percorso verso il perdono procede a intermittenza, con pause e inversioni di tendenza, è proprio perché non c’è un Io stabile che guida, mantiene, il processo verso il perdono, ma sono in corso battaglie tra fazioni pro perdono e pro rancore, in cui prevale di volta in volta una o l’altra fazione.
Chi vuole perdonare?
Chi sta perdonando?
Chi sono Io?
Cos’è l’Io?
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Pieno parziale: Vuoto mentale parziale

Basilarmente, il Pieno parziale è lo stato in cui l’Io Spirituale testimonia con enorme chiarezza le esperienze dell’apparato animalumano: concetti, emozioni, percezioni.

Il Pieno parziale può essere definito anche come espressione qualitativa dei Potenziali dell’Io Spirituale attraverso l’attività concettuale, emozionale e percettiva.

Il Pieno parziale è di quattro tipi:

–     con sola attività concettuale,

–     con attività concettuale e senziente (emozioni);

–     con attività concettuale, senziente e percettiva;

–     con attività concettuale e percettiva, ma non emozionale, perché le percezioni accadono sullo sfondo di un sentimento di “quasi Amore-Beatitudine”. Chiaramente, l’Amore è unicamente dell’Io Spirituale, ma durante il quarto stato di Pieno parziale, l’attività senziente produce uno stato vicinissimo alla qualità Amore, per il quale, maturando il Discernimento necessario, si sa che non è l’Amore di per Sé (cioè lo stato esperienziale dell’Io Spirituale), anche perché c’è concettualità e pertanto non si può trattare di pura Presenza dell’Io Spirituale, cioè del Pieno Integrale (Vuoto mentale). Per ciò che riguarda il sentire, il Pieno parziale con unicamente attività concettuale, è praticamente lo stesso del Pieno parziale con attività concettuale e percettiva: “quasi Amore-Beatitudine”.

Il pieno parziale è uno stato di profonda quiete. Il Pieno integrale è, invece, caratterizzato dalla Pace. Durante il Pieno parziale, l’Io Spirituale è profondamente consapevole dei concetti, di come si creano, durano e terminano e può osservarli e prolungare a piacere l’intervallo tra loro. Lo stesso vale, se sono presenti, anche per le emozioni. L’Io Spirituale particolarmente capace può, inoltre, decidere di far cessare il flusso concettuale ed emozionale, per far emergere il Pieno integrale, direttamente, senza necessità di eseguire mantra o altri esercizi meditativi.

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Occuparsi, non preoccuparsi

Occuparsi qualitativamente a trovare la soluzione è logicamente meglio che preoccuparsi del problema. Il fatto di preoccuparsi non è però questione di illogicità, ma di incapacità di non preoccuparsi, anche perché non c’è la capacità di risolvere il problema.
Il modello concettuale: Se c’è la soluzione, perché preoccuparsi?, Se non c’è la soluzione, perché preoccuparsi?, può aiutare, ma queste due domande non indicano l’essenza del problema. In genere, le preoccupazioni non derivano direttamente dalla mancanza di soluzioni, ma dal temere le conseguenze derivanti dal problema: il fatto di non conoscere una soluzione per pagare un debito, è in genere meno preoccupante del fatto che non pagandola si subirà un pignoramento che comporterà un costo maggiore del debito stesso. I due elementi, ignorare la soluzione e temere le conseguenze, sono, chiaro, comunque collegati.
Se viene diagnosticata una malattia considerata mortale, per non preoccuparsi veramente bisognerebbe: trovare un modo generalmente non conosciuto di guarirla, oppure maturare le capacità di autoguarigione necessarie, oppure maturare la piena consapevolezza che il corpo fisico è un veicolo e che Noi non moriamo con le cessazione delle funzioni vitali fisiche, oppure rassegnarsi totalmente; gli ultimi due casi implicano anche il non avere più alcuna paura, emozione negativa, idea distruttiva.
Bisogna focalizzarsi sulla soluzione, non sul problema. Relativamente al contesto di questo libro, il problema è il rancore, la soluzione specifica è il perdono, mentre la soluzione globale è l’Umanizzazione.
Perdonare è un modo per risolversi. L’approccio al perdono non dovrebbe perciò essere una modalità per complicarsi ulteriormente. Le nostre riflessioni dovrebbero vertere sul perdono come finalità, senza elucubrazioni sul rancore. Le capacità concettuali dovrebbe essere usate per decidere definitivamente di perdonare, per creare aperture, attirare soluzioni. Elucubrare significa ignorare, elucubrare è mancanza di chiarezza. Avvicinarsi al perdono aumenta la chiarezza, anche se possono esserci fasi di maggior confusione, ma Umanizzante perché causata da purificazione e consapevolizzazione: il perdono è pertanto una forma di conoscenza. Il risentimento è entropico, fa parte del caos esistenziale. Il perdono è, invece, sintropico. L’aumento dell’ordine esige conoscenza, per il disfacimento basta l’ignoranza. – Tratto dal libro sul perdono che sto ultimando – www.andreapangos.it

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Risveglio Spirituale

La Vera Soluzione non è esplorare l’universo, è profondersi in Sé Sua Origine.
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Sforzandoti Giustamente ti riconoscerai senza sforzo, in Dio.
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Ognuno di noi è una Luce che accesa veramente
Illumina l’Universo tutto.
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Allontanarsi da Sé Stessi è il modo migliore per non rischiare di trovarsi nel posto Giusto.
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Consapevolizzare,non colpevolizzare.
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Dormire con gli occhi chiusi è uno specchiarsi
del dormire a occhi aperti: il Sole non tramonta mai per chi è Desto.
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La luce illuminante è la più indicata, ma molti sono
attratti da quella abbagliante: permette di non vedersi.
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Non esiste sonnifero migliore dell’inconsapevolezza collettiva.
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il link per leggere la raccolta completa di aforismi meditativi del libro Risveglio Spirituale – Andrea Pangos. – si trova a pagina https://andreapangos.wordpress.com/libri/

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Meditare e Meditazione – aforismi meditativi

Meditare,giungere a Sé senza tragitto alcuno.
Meditazione, Unicamente Sé.

Meditare, scoprirsi senza morte.
Meditazione, Mai Nato.

Meditare,cercare il Maestro Interiore.
Meditazione, Il Maestro, senza esteriore.

Meditare, cercare il vuoto.
Meditazione, Essere il Pieno.

Meditare, liberarsi da concetti morti, vivificare i verbi. .
Meditazione, Puro Pensare Cosmico.

Meditare, cercarSi Immortali.
Meditazione, ConoscerSi senza morte.

Meditare, perdere il tempo, non perdere tempo.
Meditazione, senza scorrere del tempo.

Meditare, scoprirsi ovunque.
Meditazione, Essere l’Ovunque.

Meditare, pregare.
Meditazione, Preghiera.

Meditare, cercare l’Identità.
Meditazione, Identità senza identificazione.

CONTINUA la lettura gratuita del libro
Meditare – Meditazione: aforismi meditativi di Andrea Pangos
a pagina
https://andreapangos.wordpress.com/libri/

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Volontà di Dio e sofferenza umana 

Considerando l’idea che il Cosmo esiste per Volontà di Dio, inteso come Origine Primaria (Esistenza Originale), si può lecitamente affermare che tutta la sofferenza, sia degenerativa sia Umanizzante, sia una conseguenza della Volontà di Dio. Semplicemente perché senza Essa, non ci sarebbe nemmeno il Cosmo stesso, pertanto nemmeno il patimento umano.

In genere però, l’idea che la sofferenza è conseguenza della volontà di Dio, non è compresa in questi termini. Tra l’altro, comprendere veramente, non soltanto nozionisticamente, cos’è il Principio Volontà di Dio, intesa come Movimento Originale, esige un alto grado di consapevolezza e di capacità di verbalizzare verità spirituali.

La stessa parola Dio viene spesso usata senza veramente sapere cosa si intende con essa. Con il concetto di Dio vengono indicati vari elementi della Totalità, in genere senza nemmeno conoscere direttamente l’Entità in questione, chiamata Dio. Anche se la credenza è una specie di conoscenza, credere significa comunque ignorare. La comprensione esige il passaggio dalla via delle credenze, che possono essere più o meno positive, alla via delle conoscenze: conoscere è meglio che soltanto credere, altrimenti l’ignoranza sarebbe da preferire alla conoscenza.

Per parlare lecitamente della Volontà di Dio dobbiamo definire precisamente a cosa ci riferiamo con il termine Volontà di Dio. La stessa Volontà di Dio può essere considerata Dio stesso, nel senso che si tratta della Forza che rende possibile il manifestarsi di Dio Origine. Forza che fa necessariamente parte di Dio Origine stesso, in quanto Dio Origine è la Base di tutto il resto, esistente a prescindere da tutto i resto. Comunque!

Volontà di Dio è un concetto che può essere usato anche per indicare anche l’Inizio di nuovi sistemi nell’ambito del Sistema Cosmo. Per esempio, il piano Atmico, che è la base Spirituale-Materiale (non fisica) del nostro sistema Solare, rappresenta un’espressione diretta del Principio Spirituale: Volontà.

La Volontà di esprimersi di Dio Origine manifesta il Cosmo, che nel suo realizzarsi può generare sofferenza come categoria umana. Generare sofferenza non è però un intento diretto, uno scopo né di Dio Origine, né di nessun altro Dio associabile al Bene.

Se la sofferenza degenerativa di qualcuno fosse una conseguenza diretta della volontà di Dio, come affermano alcuni, Dio sarebbe sadico e le basi della spiritualità, come la sua funzione, dovrebbero essere messe fortemente in discussione, tranne per ciò che riguarda l’approccio masochistico alla spiritualità, fenomeno la cui larga diffusione significa la sua effettiva ammissione al rango di attività spirituale.

L’idea che la sofferenza di qualcuno sia il risultato della volontà di Dio di punirlo, è uno dei concetti più devianti sulla sofferenza, ma anche su Dio. Il concetto di punizione riguarda soltanto l’ambito animalumano, fa parte dei culti della sofferenza e della morte. Nell’ambito dell’Io Spirituale e Oltre, non esiste né afflizione né morte, se non intesa come dissoluzione di una forma per rendere possibile una maggior elaborazione evolutiva.

In verità, la sofferenza è latitanza di Volontà di Dio, soprattutto nel senso che la struttura psicofisica (animalumana) non incarna sufficientemente la Volontà dell’Io Superiore, perché incapace di permettere la vita DivinUmana, caratterizzata da Pieno Integrale (Vuoto mentale) e Pieno parziale, anche in forma di quotidianità Beata.

La sofferenza Umanizzante può comunque essere considerata una conseguenza della Volontà di Dio, nel senso che in quanto conseguenza della trasformazione spirituale, la sofferenza Umanizzante è un’espressione qualitativa del Principio Volontà dell’Io Superiore, nella struttura psicofisica (animalumana). La sofferenza Umanizzante è anche una conseguenza della maggior espressione della Volontà di Dio attraverso la struttura psicofisica, affinché questa si trasformi in strumento di espressione qualitativa delle Qualità dell’Io Superiore: Volontà-Amore-Intelligenza.

 

 

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